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Fabrice Santoro, le illusioni del mago

Pubblicato il 7 maggio 2020

Esattamente trent’anni fa, tra fine aprile e inizio maggio del 1990, entrava per la prima volta fra i top 100 Fabrice Santoro. Ribattezzato ‘Le Magicien’, col suo gioco bimane sapeva far impazzire tutti i campioni. Ma i trionfi più prestigiosi arrivarono in doppio. Ecco i momenti indimenticabili di una carriera lunga 20 anni.

Nessuno lo voleva affrontare, tutti lo volevano vedere. E persino i suoi colleghi – Agassi dixit – avrebbero pagato il biglietto per uno come lui. Fabrice Santoro non è stato (almeno in singolare) un campione da Slam, non è stato nemmeno un top 10, è arrivato al massimo a essere numero 17 del mondo ma è stato tra i più ammirati della sua generazione. Perché a fronte di un fisico minuto, un folletto tra i giganti, è riuscito a far impazzire gli avversari a suon di magie. Erano in tanti a chiamarlo così, ‘mago’, ma fu Pete Sampras a dare a quel nomignolo l’ufficialità di una conferenza stampa, dopo averla sfangata per un pelo in un testa a testa del 2002 a Indian Wells. “Non sai mai cosa aspettarti quando giochi contro Fabrice – disse ‘Pistol Pete’ – perché può fare serve&volley come stare a fondo campo a distruggere i tuoi schemi. È uno dei più veloci del circuito e dà fastidio a tutti, non solo a me. Uscirne frustrati, con lui, è un’opzione sempre presente”.

L’INCUBO DEI BIG

In effetti Sampras finì sconfitto per tre volte (su sette incontri), lo stesso destino che toccò ad Andre Agassi. Ma Santoro vanta vittorie su tanti altri numeri 1, passando attraverso diverse generazioni: da Marat Safin, che lo vedeva come in incubo e ci perse in sette occasioni su dieci, a Roger Federer, superato per due volte. In mezzo, Fabrice ha nascosto la palla a gente come Jimmy Connors (ebbene sì, a Vienna nel 1992), Yannick Noah, Boris Becker, Stefan Edberg, Mats Wilander, Jim Courier, Pat Rafter, Lleyton Hewitt, Juan Carlos Ferrero, Gustavo Kuerten, Marcelo Rios, Goran Ivanisevic, Thomas Muster, David Nalbandian, Novak Djokovic. Un curriculum unico. Nella giornata singola poteva battere chiunque, ma di tornei del Tour Atp ne vinse tutto sommato pochi: sei in tutto. Due addirittura sull’erba, ma nessuno sulla terra battuta, teoricamente la superficie sulla quale poteva fare più danni, e dove una volta lasciò due game a un Sampras che non ci capì assolutamente nulla (6-1 6-1 a Monte-Carlo nel 1998).

TRE SLAM IN BACHECA

Giocava tutto bimane, il francese nato a Tahiti, sia di rovescio che di diritto. Ma a quella caratteristica bizzarra che poteva rappresentare una limitazione, faceva da contraltare una mano sensibile come poche. Fabrice poteva dare alla palla qualsiasi tipo di effetto, dal top al back a tagli che solo lui riusciva a inventare. Così affrontarlo era un incubo, persino per molti big. E paradossalmente, una palla più pesante in arrivo dall’altra parte della rete, per lui era un invito a nozze, in grado di aiutarlo a trovare quella potenza che naturalmente gli faceva difetto. Ecco perché diventò ‘quello che batteva i campioni’, ma si scopriva normale nei match in cui partiva favorito. Ecco perché non riuscì mai a togliersi una soddisfazione importante, in uno Slam o in un Mille. I trofei pesanti arrivarono in doppio, quello maschile accanto al connazionale Michael Llodra (due Australian Open) e il misto accanto a Daniela Hantuchova (Roland Garros).

20 ANNI NEL TOUR

La prima racchetta la prese in mano a sei anni, a sedici era già una presenza fissa tra i professionisti e a 36 era ancora lì a lottare come un dannato. A 37 però decise di ritirarsi, e il suo ultimo incontro fu una sconfitta contro Marin Cilic a Melbourne. Nella sua vita ha dovuto lottare spesso contro i pregiudizi dettati da un’immagine lontana dallo stereotipo dell’atleta, ancora più lontana da quella di tennista moderno. Si è fatto rispettare quando gli avversari, ignari di ciò che li attendeva, non lo prendevano troppo sul serio. E ha sempre detto la sua, anche se a volte le parole uscivano scomode. Tanto che in patria, come pure nel team transalpino di Davis, non è sempre stato così amato. L’amore però lo ha trovato in tutto il mondo: in ogni torneo, da un piccolo Challenger agli Slam, la gente tifava per lui, per quel folletto dall’aria sbarazzina che sapeva sgambettare i giganti.