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Solo il genio

Pubblicato il 28 gennaio 2020

Solo tu, genio di un Roger, potevi vincere un match così. Riuscendo a riscoprirti più immortale di quanto già eri. Più esempio di quanto nessuno sarà mai. 

Solo il genio può uscire vivo da una partita così. Hai di fronte un avversario che – sarà per via del nome? – sembra baciato dagli dei della racchetta. Non stai bene, è evidente ma non vuoi darlo a vedere (“perché in fondo chiamare il trainer mi è sempre sembrato un segno di debolezza”) e dunque vai avanti a denti stretti, con il poco che hai. Stai lì a remare, perdi due set per 6-2 come non ti capitava dai tempo dell’asilo (ok, Nadal escluso), ma non ti arrendi. Nel quarto devi affrontare sette (!) match-point, tre consecutivi nel tie-break. Ma non ti arrendi. Provi a mettere la palla in campo più volte che puoi (“sperando che l’altro non colpisca un vincente, altrimenti addio”) e ti affidi al Dio del tennis, che qualche ragione in più del santo del Tennys dovrà pure avercela.

LA FOLLA

Così arrivi al quinto, non sai bene come. Ma sei il genio e non dovresti nemmeno chiedertelo. E a quel punto – mentre la folla attorno esulta e urla come quando si vincono i Mondiali – devi farti violenza e quel benedetto trainer lo devi pur chiamare, per essere sicuro di reggerti in piedi ancora una manciata di minuti. Nel frattempo butti un occhio a quell’altro che guarda il cielo come a cercare un motivo plausibile al fatto di trovarsi ancora lì sulla Rod Laver Arena, e non sotto la doccia o meglio con in mano una coppa di champagne per festeggiare l’impresa. Guardi lui che si lamenta con l’arbitro per sfogare la frustrazione, e quando incassi un errore gratuito a inizio set è un attimo che capisci tutto.

LA FORTUNA?

Perché sei il genio, e questa partita ormai non la perdi più. Ti basta mettere la terza, per far girare il motore quanto basta a ristabilire le giuste (pardon, sacrosante) distanze. Il break arriva regolare, come ormai tutti quelli che stavano guardando dal vivo o in tivù avevano ampiamente previsto, e in quel momento hai soltanto bisogno di sopportare ancora qualche scambio, ancora un po’ di dolore, e sai che potrai andare a far due chiacchiere con l’amico Jim (Courier) spiegandogli come hai potuto combinare questa cosa qui. “Bisogna essere fortunati nella vita – dici con quel sorriso che sai mettere solo tu – e quando devi affrontare sette match-point non puoi certo pensare di controllare tutto. Stavo semplicemente sperando che lui non colpisse un vincente. Sì, sono stato incredibilmente fortunato stavolta, ho provato a giocare come potevo e a servire bene, soprattutto alla fine. Non lo merito forse, ma sono qui”.

L’ESEMPIO

Solo il genio, alla fine di una partita così, può dire una frase come quella: ‘non-lo-merito’. Laddove chiunque sulla faccia della terra, dal più presuntuoso al più umile, si sarebbe dato un po’ di vanto e avrebbe lasciato perdere la sorte. La tua grandezza è lì, in quel sentirti tutto sommato poco più che normale, poco più che un Sandgren qualunque. La grandezza sta nell’essere genio senza immaginarsi tale, senza farlo pesare. Essere di un altro pianeta rimanendo umano. Caro Roger Federer, ancora una volta ci hai saputo sorprendere, hai saputo essere un esempio straordinario, come tante volte sei stato, nella vittoria e nella sconfitta. Importa il giusto, adesso, come finirà il tuo Australian Open. Nessuno si potrà dimenticare quella volta in cui mezzo infortunato, e con sette (!) match-point contro, sei riuscito a riscoprirti più immortale di quanto già eri. Più esempio di quanto nessuno sarà mai.