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Le pagelle da Madrid

Pubblicato il 26 novembre 2019

Nadal e la squadra canadese promossi col massimo dei voti. L’Italia e Novak Djokovic sotto la sufficienza. Ecco le pagelle della Davis da Madrid.

Nadal 10

Extraterrestre, come ha detto Bautista-Agut. Ha giocato singolare e doppio in tre delle cinque partite della Spagna, e ovviamente ha sempre vinto. Persino quando aveva a fianco un compagno – Feliciano Lopez – travolto dall’emozione e incapace di un rendimento accettabile. In particolare, la partita di doppio contro Murray e Skupski resterà nella carriera di Nadal come una delle migliori in assoluto nella specialità: carattere, coraggio, forza, tecnica, carisma. Questa Davis (che Rafa ha appoggiato fin dall’inizio), al netto della bella storia di un commovente Bautista-Agut, l’ha vinta soprattutto lui.

Canada 10

Senza Raonic, senza Auger-Aliassime, i nordamericani hanno dimostrato di avere un movimento straordinario, raggiungendo la finale di Davis per la prima volta nella loro storia. Ma il vero protagonista non è stato l’atteso Denis Shapovalov, bensì un ragazzo di 29 anni che solo 5 stagioni fa era numero 25 al mondo, e che oggi è 150 (sesto del suo Paese) ma mantiene perfettamente intatto il suo talento. Vasek Pospisil, convertito al doppio quando gli infortuni hanno reso troppo dura la carriera ad alto livello in singolare, è una lezione per coloro che hanno poca memoria, e per chi pensa che i saliscendi in classifica siano sempre indice di scarsa qualità.

Spagna 8

Il team spagnolo merita un volto alto, perché non lo si può non dare a chi vince l’Insalatiera. Però, c’è un però. A parte Rafa, e con la tragedia che ha colpito Bautista Agut, il resto del gruppo non si è dimostrato pienamente all’altezza della situazione. Non Sergi Bruguera, che del capitano non ha quasi nulla, e infatti lascia la scena ai suoi giocatori. Non Feliciano Lopez, disastroso in un doppio contro gli inglesi che ha fatto apparire Murray (Jamie) e Skupski come due giganti. Non Carreno Busta, che è stato top 10, è numero 27 Atp, ma in situazioni del genere affonda nell’anonimato. Chi vince ha sempre ragione, ma se qualcosa fosse andato storto, un Verdasco rimasto a casa (pardon, alle Maldive) avrebbe fatto storcere il naso a molti.

Russia 7.5

La vittoria sulla Serbia è valsa la trasferta a Madrid ed entra diretta nella storia del tennis russo. Ma la sconfitta patita da favoriti – ugualmente al tie-break del terzo – contro il Canada, ha riportato Karen Khachanov e Andrey Rublev coi piedi per terra. I rispettivi coach dovrebbero provare a costringerli a giocare cesti e cesti di volèe per migliorare le loro percentuali a rete e per fare in modo che la prossima volta provino a giocare un doppio vero, invece che come due singolaristi separati in casa, non certo umanamente (i due sono amici) ma tecnicamente. Come testimoniano le occasioni, affatto rare, in cui si sono ritrovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per il resto, c’è tanto da salvare: dalle cannonate impressionanti di Rublev, di gran lunga il miglior numero 2 del torneo, al distacco apparente del ct Tarpischev, capace di unire un team che forse così forte non è stato mai. Pensando non solo ai due protagonisti di Madrid, ma anche e soprattutto a quello che è rimasto a casa, Daniil Medvedev.

Gran Bretagna 7

Sostanzialmente orfani di Andy Murray, i britannici hanno scoperto una squadra coesa ed equilibrata. Spinta in singolare da Kyle Edmund e Daniel Evans, e in doppio dalla coppia Jamie Murray/Skupski, la formazione d’Oltremanica ha accarezzato fino all’ultimo il sogno Davis. Se un Nadal mostruoso non si fosse messo di traverso, il fratello di Andy sarebbe potuto entrare insieme ai compagni nella storia sportiva del suo Paese. Quanto all’altro Murray, il tentativo fatto il primo giorno (vittoria al tie-break del terzo con Griekspoor) non ha dato i frutti sperati e ha dimostrato che in un evento così duro non si può e non si deve improvvisare.

Italia 5

Non bisogna essere troppo severi nei confronti di una squadra che è arrivata a corto di energie a Madrid. E che per giunta ha perso d’un soffio, per colpa di un paio di volèe sbagliate, contro la futura finalista. Però allo stesso tempo non si può dare la sufficienza a un team che, presentatosi nel lotto dei 5 o 6 favoriti, ha chiuso il girone preliminare all’ultimo posto. Di alibi ce ne sono tanti, da un Berrettini stravolto di fatica a una formula che non ha dato una mano ad avere le idee chiare durante il drammatico match con gli Stati Uniti, terminato alle 4.04 del mattino. Ma per una squadra che si poteva permettere il lusso di lasciare a casa Jannik Sinner e in panchina gente come Andreas Seppi (ex numero 18) e Lorenzo Sonego (numero 52), oltre a un ex vincitore di Slam in doppio come Simone Bolelli, l’obiettivo era ben diverso e la delusione si è avvertita forte e chiara.

Novak Djokovic 4

La sconfitta della Serbia contro la Russia porta soprattutto la sua firma. Agli annali andrà che ha vinto il suo singolare contro Khachanov e che ha perso il doppio per due erroracci nelle fasi decisive di Viktor Troicki. Ma la realtà della partita aveva dipinto un Nole lontanissimo da un rendimento accettabile, confuso e falloso come poche volte in carriera. È vero che il doppio non è mai stato il suo forte, ma con questa formula della Davis vale il 33 per cento del risultato e in molti match è stato l’incontro che ha decretato il passaggio del turno. L’alibi, come per parecchi altri colleghi, è di essere arrivato a questo evento bollito da una stagione troppo lunga. E se ciò dovesse servire per far sentire (ancora più di adesso) la sua voce nell’ottica di una revisione del calendario, tutto sommato potrebbe non essere del tutto un male. Intanto la Serbia, come la Francia, si è presa la wild card per le finali del 2020.