blog
home / BLOG / Notte fonda

Notte fonda

Pubblicato il 21 novembre 2019

Nella nuova Davis di Madrid, l’Italia perde anche con gli Stati Uniti cedendo per 2-1 al termine di un doppio terminato alle 4 del mattino. Berrettini, stremato, si fa rimontare da Fritz, mentre in precedenza Fognini aveva battuto Opelka. Ecco il racconto di una nottata che ha messo in evidenza le lacune della formula.

Quando uno stremato Matteo Berrettini ha lasciato a Taylor Fritz il secondo set (al tie-break) del secondo singolare, a Madrid era già passata la mezzanotte. Quando ha perso, faticando a reggersi in piedi, il secondo campo della Caja Magica si era già in buona parte svuotato. Quando Simone Bolelli e Fabio Fognini sono entrati in scena per il doppio, che ormai valeva poco o nulla, era l’1.30. Notte fonda. Prima ancora di mettersi a fare dei calcoli complessi e lontani dalla logica del tennis, ma imposti da questa nuova formula della Davis, era chiaro che l’Italia fosse destinata a lasciare la compagnia. Un addio che produce rimpianti e immagini contraddittorie. Da una parte c’è la voglia di lottare che non è mai mancata, nemmeno quando la situazione stava precipitando. Dall’altra ci sono due giocatori, Fabio Fognini e Matteo Berrettini, arrivati all’appuntamento con le batterie scariche, al termine della loro migliore stagione. In condizioni normali, persino sul veloce della capitale spagnola, Pospisil, Shapovalov e Fritz sarebbero stati più gestibili. Ma se il Fognini che ha battuto Opelka e il Berrettini che ha fatto match pari con Shapovalov meritano la sufficienza piena e persino qualcosa in più, non si può dire altrettanto in merito alle sconfitte patite rispettivamente con Pospisil e Fritz. Sconfitte che, per essere onesti, non sono arrivate per inferiorità tecnica, bensì perché le energie (fisiche e mentali) erano abbondantemente sotto la soglia della riserva.

I LIMITI DELLA GENEROSITÀ

Bisogna usare cautela, nell’osservare questo passo falso della Nazionale di Corrado Barazzutti. E non bisogna avere troppe pretese, in particolare nei confronti di chi è stato catapultato nel mondo dei big nel giro di una manciata di mesi vissuti come su una nuvola. Matteo Berrettini dovrà far tesoro anche di questa settimana, nel suo percorso di crescita. Dovrà capire che uno dei motivi per cui i Fab 3 sono ancora lì davanti (e continuano a vincere Slam) è che sono più bravi degli altri a gestire le loro risorse. Come tifosi e addetti ai lavori non devono eccedere con le aspettative, anche il 23enne romano e il suo staff non devono cadere nella trappola di essere troppo generosi, spinti dall’onda dell’entusiasmo per esperienze mai vissute prima. Arrivato già provato alle Atp Finals di Londra, Matteo le ha comunque vissute a testa alta, uscendo dal girone pure con una partita vinta. Ma questo supplemento di Madrid, che peraltro gli ha offerto immediatamente una maratona fatta di un singolare di tre ore e un doppio di altri tre set, è risultato troppo persino per lui. Lui che malgrado un fastidio agli addominali aveva comunque quasi portato a termine il suo compito, e che invece sul più bello si è inceppato. Come a volte gli accade per quella tensione che è figlia diretta della sua intelligenza. Dire no alla Davis non si poteva, nemmeno a questa Davis così diversa da quella cui eravamo abituati. Anche se qualcuno (Zverev, Medvedev) negli altri Paesi lo ha fatto. Ciò che forse si sarebbe potuto fare è mettersi dei limiti. Provare il singolare e non il doppio, per esempio, per fare un passo secondo quelle che ad oggi erano le risorse rimaste.

L’ATTENZIONE PER LA STORIA

Imparerà, Matteo. E noi con lui impareremo a capire che non si può soltanto salire e migliorare. Non c’è sport come il tennis che insegna a perdere, e poi subito dopo insegna a ripartire. La stagione 2020, in questo senso, per lui sarà durissima e necessaria. Ci sono risultati da confermare, da metà anno in poi, che lo metteranno di fronte a delle prove di tenuta mentale non indifferenti. Ci sono diversi giocatori attualmente alle sue spalle (Murray, Wawrinka, Del Potro, Nishikori) che potrebbero risollevarsi e tornare nel giro che conta, ce ne sono altri che potrebbero sbocciare. Lui dovrà tenere botta, non dovrà essere troppo severo con se stesso, come a volte gli capita. Dovrà capire che anche una flessione è nella logica delle cose e che una eventuale uscita dai top 10 non rappresenterebbe un ridimensionamento delle ambizioni. Restando in tema di lezioni, c’è da augurarsi che anche a Madrid, fronte Davis Cup Finals, imparino qualcosa: in primis che non si può contare come un 6-0 6-0 un forfait, come è successo a favore degli Usa e del Belgio, team che hanno semplicemente approfittato delle lacune della formula. E ancora, che far cominciare le partite alle 18 (o alle 20 e passa, come per Italia-Usa) e farle terminare in piena notte è un danno. Per l’organizzazione, per i tifosi, per le squadre e i giocatori, per i media che coprono l’evento. Che poi in qualche altra parte del mondo, le 4 di notte di Madrid (orario di chiusura del doppio perso da Fognini e Bolelli contro Querrey e Sock) equivalgano all’ora di pranzo, poco importa. Un evento che ha fatto la storia dello sport e che vive da 108 anni merita maggiore attenzione.