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LAVER CUP, BELLEZZA INNATURALE

Pubblicato il 23 settembre 2019

È una bellezza innaturale, ma è pur sempre bellezza. Che la Laver Cup non somigli a nulla di quanto si è visto sin qui nella storia del tennis è ormai assodato. Ma è altrettanto chiaro che questo non significhi doverle attribuire un minor valore rispetto a quello che merita per le tante emozioni concentrate in soli tre giorni. Certo non ha tradizione, non ha termini di paragone, non ha punti in palio, ma le scene che si vedono lì, in quella cosa tutta nuova creata e voluta da Roger Federer, non si possono trovare in nessun altro luogo. Tanto basta per poterla promuovere a pieni voti, dopo soli tre anni di vita. Tre anni di Europa, per passare ai risultati, e del resto il Vecchio Continente partiva ancora una volta nettamente favorito. Il ‘Team World‘ ha messo in dubbio il primato di Roger, Rafa e compagnia fino al tie-break decisivo dell’ultimo incontro, ma per una volta è stato Alexander Zverev a fare la parte del cuor di leone. Lui che invece, negli Slam e nei grandi eventi, spesso diventa piccolo piccolo al cospetto dei grandi.

DA GREGARI A PROTAGONISTI

Quel match tra Zverev e Raonic ha ricordato un possibile quinto singolare della vecchia Davis tra i numeri due delle rispettive rose, magari uno Youzhny-Mathieu del 2002 a Bercy, quando si affrontavano personaggi non esattamente vincenti di natura, ma costretti a recitare sul palcoscenico principale forzando la loro indole di gregari. E proprio in questo la Laver Cup ha trovato il suo momento chiave e il suo motivo di esistere: una serie di innovazioni è riuscita a riassumere l’essenza del tennis di squadra, a ricostruire la tradizione passando dalla modernità. Un risultato che forse nemmeno i creatori di questa formula avevano ipotizzato, e che invece è giunto a premiare chi ha messo intelligenza e coraggio al servizio di un progetto proiettato nel futuro ma con radici ben piantate nel passato, a cominciare dal nome e dalla dedica.

INCOSCIENZA E CORAGGIO

La Laver Cup è bellezza innaturale, sì, a volte persino involontaria. Come quando Rafa Nadal fa da capitano a Federer (a proposito di capitani, ma Borg e McEnroe c’erano?) e gli suggerisce come giocare per riprendere in mano un match. E con Roger che in seguito lo ringrazia pubblicamente per averlo letteralmente salvato da una sconfitta. Quelli che per tutto l’anno (per lustri) sono stati rivali – corretti e leali ma pur sempre rivali in piena lotta per la supremazia – si ritrovano in panchina a lottare per una stessa causa che fino a tre anni fa nemmeno potevano immaginare. Altro che esibizione, come veniva inevitabilmente etichettata la manifestazione al suo esordio. Qui c’è tanta sostanza e c’è un tennis che gode di un doppio vantaggio: l’incoscienza per una posta in palio che tutto sommato non cambia la vita, ma pure la concentrazione necessaria a dare il proprio apporto al team, a non sfigurare di fronte alla storia: Laver, Borg, McEnroe, Federer, Nadal…

SORRISI E TENSIONE

Chi vince conta, certo, ma non è questo il punto. Il punto è essere riusciti (dal nulla) a creare qualcosa di nuovo e di attraente. Perché va benissimo la tradizione – e il tennis in questo è campione ed esempio – ma ogni tanto si può pure generare nuova bellezza, che non tenga conto solo dei canoni classici ma si vesta con qualcosa di nuovo. È innaturale ma elettrizzante vedere un ‘match tie-break’ al posto del terzo set, è innaturale ma geniale che i punti fatti venerdì valgano la metà di quelli di sabato e un terzo di quelli di domenica. È innaturale ma meraviglioso, infine, vedere il sorriso e la tensione mischiati e misurati quasi con il bilancino, senza che uno prevalga nettamente sull’altra. Ecco perché a Ginevra si è avuta una nuova conferma che questo evento merita di andare avanti, merita rispetto e attenzione da parte di giocatori e addetti ai lavori. Non sarà mai uno Slam, ma non sarà nemmeno una storia che passa inosservata.