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LA CONQUISTA DELL’AMERICA

Pubblicato il 5 settembre 2019

‘Pressure is a privilege’ è il titolo di un libro di Billie Jean King e una targa appesa all’entrata dello stadio Arthur Ashe, il più grande del mondo tra quelli dove si gioca a tennis: 23 mila e passa spettatori. Chissà se lo ha pensato anche Matteo Berrettini, dopo essersi accartocciato sulla seconda di servizio di un match-point svanito con il più brutto dei doppi falli. Proprio in quel momento, quando si avvicinavano le quattro ore di partita e Gael Monfils stava ritrovando energie nascoste chissà dove dal suo fare giullaresco, Matteo ha costruito un’impresa che non ricorderemo per i prossimi cent’anni soltanto perché da qui in avanti ne arriveranno altre, tante e migliori. Ma quella vissuta sul centrale di Flushing Meadows, in una umida serata di inizio settembre, resterà comunque un inizio. Non un regalo della sorte, non un caso. Semplicemente un inizio.

LA REAZIONE ALL’ERRORE

Berrettini ha battuto Monfils in cinque set, al posto di vincere in tre o in quattro come avrebbe fatto in una giornata normale. Perché quella era tutto fuorché una partita normale, e perché dall’altra parte c’era un tizio che aveva una decina d’anni in più sul groppone, costruiti mattone su mattone da partite come questa, da emozioni che a viverle la prima volta ti strappano ogni sicurezza dall’anima. Matteo è un riscatto per tutti coloro che a quel doppio fallo sul 5-3 del quinto non hanno saputo reagire. Per tutti coloro che sull’errore più banale hanno salutato la loro carriera e si sono messi un bell’avvenire dietro le spalle. “Mi sono sentito morire dentro – ha detto poi il romano – ma mi sono pure detto sottovoce che era il mio primo quarto di finale Slam, e non potevo pensare di essere esente da ansia. Mi sono consolato, fatto coraggio, mi sono sentito sicuro di poter avere altre occasioni”. L’emozione salvata dall’intelligenza.

PRIMA SEMI ITALIANA SU CEMENTO

Sì perché mentre Gael la metteva di là con l’intenzione più che con la racchetta, Matteo ha saputo perdonarsi (dote rara) e lasciare da parte quell’ansia perfezionista che in passato lo aveva fregato. Ha saputo farsi virtualmente una carezza e andare avanti con quello che aveva, un cuore grande così e qualche pezzetto disordinato del suo repertorio, un diritto pesante qua, un servizio vincente là. Tutto apparentemente casuale, tutto frutto di un lavoro enorme. Tra i match-point che svanivano, un warning per coaching, spettatori indisciplinati che urlavano fra un servizio e l’altro, Berrettini ha raggiunto la semifinale di uno Slam lontano mille miglia dalla nostra tradizione tennistica, diventando il primo italiano di sempre a cogliere questo traguardo in un Major sul cemento. Un risultato che vale 40 anni di attese, che riporterà il tennis nelle chiacchiere da bar come e più di allora. Come e più di sempre.

EDUCAZIONE E INTELLIGENZA

Matteo azzanna la semifinale al suo ottavo torneo dello Slam, quando c’è gente dipinta – forse con troppa fretta – come fenomeno che non è ancora riuscita ad arrivarci dopo averci provato il doppio delle volte (Zverev, fischiano le orecchie?). Matteo la centra, questa semifinale, ben consapevole del fatto che è un punto intermedio di un percorso tutto da costruire. Un percorso cominciato una quindicina d’anni fa al Circolo Magistrati Corte dei Conti di Roma e che ha davanti un’altra quindicina d’anni (ipotesi ottimistica, ma non peregrina) per arrivare non si sa dove. Si sa che Berrettini è già diventato una faccia buona dell’Italia migliore, comunque vada la sua carriera. È già diventato fonte di emozioni e di speranze, come ne cercavamo da un tempo che non ricordavamo nemmeno più. Le sue di emozioni, sempre accompagnate da intelligenza ed educazione, lo porteranno lontano.