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BERRETTINI TRA BELLI E RIBELLI

Pubblicato il 31 agosto 2019

Tranne rari (e piuttosto incomprensibili) casi, il tifoso di tennis cerca bellezza. Qualità che lo distingue in maniera chiara dal tifoso di calcio e di molti altri sport. Per questo, dare un’occhiata alla sezione inferiore del tabellone maschile degli Us Open è un momento di estasi e un tuffo in un mondo fatato, dove la modernità lascia spazio alla fantasia e dove persino quel bum-bum che in certi casi proprio non si può evitare è condito da trovate geniali. Il sorteggio e i risultati stavolta hanno prodotto una serie di match che potrebbe andare a comporre un’esibizione sponsorizzata dal re dell’entertainment con racchetta, il franco-iraniano Mansour Bahrami. In più, diciamo così, c’è un dettaglio. Di mezzo, come obiettivo primario (dopo il divertimento, of course) ci sarebbe pure un approdo in semifinale, con Rafa Nadal come possibile avversario. Un traguardo che a parecchi dei giocatori in questione cambierebbe la carriera.

RUBLEV-KYRGIOS

Prendiamo Rublev-Kyrgios, per esempio. Da una parte c’è un russo cresciuto in Spagna, dall’aria imbronciata ma dal tennis allegro. Nel senso che non si sa mai bene dove possa andare a parare. Ci son giorni nei quali Andrey si sveglia bene e batte Roger Federer (è accaduto per davvero a Cincinnati), altri nei quali si sveglia male e perde da Paul Jubb, best ranking 427 (è accaduto anche questo, a Eastbourne). Dall’altra c’è Nick, che sullo show sta costruendo la sua immagine sacrificando persino la carriera. Proprio lui, Kyrgios, ha però avuto il merito di sdoganare una certa dose di incoscienza tipica dei bambini che in fondo è insita in tutti noi, e che pare aver fatto breccia non soltanto nel pubblico. Da quando l’australiano si è messo a servire da sotto, a giocare no-look sul Centrale di Wimbledon come fosse nel giardino di casa, sono stati tanti i colleghi a sentirsi più liberi di esprimere la loro sana voglia di divertirsi e divertire. Certo non sempre improvvisazione fa rima con bellezza, ma provarci non è più un peccato.

MONFILS-SHAPOVALOV

Prendiamo Gael Monfils e Denis Shapovalov. Il primo si prende la libertà di chiudere un match facendo uno smash in giravolta (di 360 gradi) e di spalancare un sorrisone a 32 denti che nemmeno un bambino in un negozio di giocattoli. Gael del resto è uno degli showman del Tour, e non da oggi. Ma in una semifinale Slam ci è arrivato soltanto due volte in cinquanta partecipazioni. L’ultima, guarda caso, proprio a New York tre stagioni fa. Denis, il canadese di origini russe, è invece quello che più di ogni altro veniva paragonato ai grandi talenti del passato (uno su tutti, John McEnroe). L’imperfetto è necessario perché da qualche tempo ‘Shapo’ non dava più segni di vita, nei momenti in cui si decidono i tornei. A Flushing Meadows, dove era sbocciato due stagioni fa con un meraviglioso ottavo di finale, torna a prendersi la luce dei riflettori e torna a far capire che non è soltanto bellezza fine a se stessa, ma pure sostanza.

BERRETTINI E I GUASTAFESTE

In tutto questo proliferare di gioia, sorrisi e colpi a effetto, si inserisce pure la speranza di un tennista romano, classe 1996, che la sua grande bellezza se l’è costruita con il lavoro. Non che Matteo Berrettini non abbia classe, proprio no. Solo che ha dovuto completarla componendo un puzzle per nulla scontato in partenza. Oggi Matteo lascerebbe volentieri gli ‘highlights’ della partita all’emergente australiano (di origini russe, pure lui) Alexei Popyrin, a patto di prendersi un posto negli ottavi di finale. Traguardo che in realtà sarebbe solo una tappa, visto che nessuno di quelli rimasti in gara, in quella zona del draw, può dirsi con sicurezza superiore all’allievo di coach Santopadre. In tema di guastafeste, oltre a Popyrin, tocca citare anche Pablo Andujar, che in tutto questo c’entra come le patatine fritte sulla pizza (certo, a qualcuno piacciono, ma non si dovrebbero mai mettere). Contro Bublik può vincere, come ha già fatto con Edmund e con Sonego. È il meno bello di tutti, per essere gentili, ma lui farebbe notare che, in fondo, il Tour dei pro non è un concorso di bellezza.