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I 3 TOP (E FLOP) DI WIMBLEDON

Pubblicato il 16 luglio 2019

Con ancora negli occhi e nella memoria le gesta di Novak Djokovic e Roger Federer in una finale storica per mille e mille motivi, ecco i top e i flop dell’edizione 2019 di Wimbledon. I migliori, come al solito, sono sempre loro. I finalisti, ovviamente, con l’aggiunta di Nadal. E gli altri?

I 3 TOP

GLI EXTRATERRESTRI

Si dice che il valore di una cosa lo si comprenda solo dopo averla persa, ma con Djokovic, Federer e Nadal è diverso. Non c’è bisogno di aspettare. Sono tre dei più forti di sempre racchiusi nella stessa epoca, e hanno reso il tennis un affare a tre, ‘pappandosi’ 54 degli ultimi 65 Slam e regalando a tutti il privilegio di esserci. Djokovic sembra un extraterrestre che trasforma la fatica in forza, Nadal è sempre lì in agguato, e Federer incanta anche in età da pensione (tennistica). Ha perso in finale (e che finale!), ma è come se avesse vinto. Segno che la sua grandezza va oltre al risultato del campo. Il massimo cui uno sportivo possa ambire.

LA NUOVA SIMONA HALEP

Da piccola, mamma le diceva sempre che per diventare qualcuno nel mondo del tennis avrebbe dovuto vincere Wimbledon. Ma fino a qualche tempo fa lei era quella che ‘steccava’ nei momenti importanti, che arrivava in fondo agli Slam ma falliva sempre l’ultimo ostacolo. Ora, invece, ha sfoderato la miglior partita della sua vita proprio nella finale a Wimbledon, contro la più forte di sempre. Sinonimo di grande carattere. La Romania l’ha già fatta portabandiera per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020, e in un circuito senza una vera leader Simona deve – e può – ambire a tornare in vetta. Rimanendoci per un po’. Anche in quest’ottica, a livello di motivazioni, un trionfo come quello londinese vale tantissimo.

MURRAY/SERENA, CHE COPPIA!

Il team “MuRena”, come l’ha definito Serena (o SerAndy), era candidato a vincere il titolo e invece si è arenato agli ottavi, battuto da Bruno Soares e Nicole Melichar. Ma la scelta di Serena Williams di accettare l’invito del rientrante Andy Murray di condividere il campo nel doppio misto ha contribuito ad accendere i riflettori anche su una specialità quasi dimenticata, una disciplina che altrimenti sarebbe arrivata al grande pubblico solo per le pallate (involontarie) della Ostapenko al suo compagno Lindstedt. Chi dice che il doppio in generale non gode di buona salute non ha torto, ma la ricetta per curarlo – maschile, femminile o misto che sia – è semplice: basta coinvolgere i big. Il tandem Murray/Williams docet.

I 3 FLOP

NEXT GEN… RIMANDATI

Va bene, si è capito che i tre lassù sono di un’altra stoffa e potrebbero chiudere la carriera con una ventina di Slam a testa, ma è innegabile che i giovani stiano mancando. Agli ottavi di finale c’erano soltanto due under 25, il nostro Matteo Berrettini (ottimo) e il francese Hugo Humbert. Gli altri? Spariti subito: Zverev, Tsitsipas e Shapovalov, i più accreditati, addirittura al primo turno. I motivi delle sconfitte sono diversi, e abbracciano questioni mentali, tecniche o anche solo casuali, ma la sostanza è la stessa. E conferma che arrivare lassù in mezzo ai grandi è un conto, giocare da big nei tornei dello Slam è tutta un’altra storia.

WTA SENZA PADRONE

Il “Fedal” in semifinale e un Djokovic-Federer da consegnare alla storia dello sport, uniti alle sole tre ore di tennis giocate dalle donne fra semifinali e finale, hanno fatto passare il torneo femminile in secondo piano. Ma la colpa, se così la si può definire, è anche dell’anarchia che ormai nel tennis Wta si è trasformata in normalità. Naomi Osaka sembrava poter dettare legge, invece ha vinto due Slam di fila ma nei successivi due non è arrivata nemmeno alla seconda settimana, e le altre faticano un sacco a trovare continuità. Ne consegue che ai quarti del Tempio della racchetta c’erano solo due top ten. Si può (deve?) fare di meglio.

IL TIE-BREAK SUL 12-12 AL QUINTO

Evidentemente le tradizioni è meglio lasciarle in pace. A Wimbledon hanno deciso di fare uno strappo alla regola lo scorso ottobre, introducendo il tie-break al quinto set sul 12-12, e il karma ha subito punito, rendendo quel tie-break l’epilogo truce di una finale che tutti avrebbero guardato all’infinito. Nelle precedenti 132 edizioni era successo solo quattro volte che la finale superasse il 6-6 al quinto set, quante possibilità c’erano che accadesse di nuovo il primo anno dopo la riforma? La forza di certi campioni riesce a dominare anche il caso. La scelta di mettere un limite probabilmente non è stata sbagliata, il tempismo sì. Ahinoi.