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L’ARTISTA CHE NON C’ERA

Pubblicato il 30 maggio 2019

A Parigi c’è un muro sul quale hanno scritto una poesia. I versi sono di Arthur Rimbaud, uno dei poeti più amati da Corentin Moutet. Un piccoletto, il 20enne nato a Neuilly-sur-Seine, che dà del tu alla palla come pochi altri colleghi, che ha una mano fatata e un tennis fuori dal tempo. Come fuori dal tempo sono le sue incursioni social. Niente belle donne, macchine sportive, serate con gli amici, foto dei luoghi che frequenta. Lui, semplicemente, posta frasi. Quelle che trova in giro o quelle che gli arrivano dalla sua cerchia di amicizie. Non è, in sostanza, un tipo omologato, il buon Corentin, che in Francia chiamano Co perché non pareva esserci altro modo per accorciargli il nome e renderlo più semplice da scandire. Fino a questo Roland Garros, aveva vinto una sola partita in uno Slam, giusto un anno fa e proprio nella sua città, la Ville Lumière. Eppure lui ha sogni grandi, enormi, fuori misura per la sua taglia. Sogna di vincerlo, quel torneo che è feudo di Nadal, il campione che a 15 anni fantasticava di imitare.

RAFA E ROGER, LE ISPIRAZIONI

Oggi Rafa continua a essere un’ispirazione, e ci mancherebbe. Non fosse altro che come lo spagnolo, il francesino gioca a tennis con la mancina ma usa la destra per tutto ciò che non è tennis. Ma Moutet si è spostato sul fronte Federer, o perlomeno non vuole far pendere la bilancia da una parte o dall’altra della rivalità che ha riscritto la storia. La verità è che lui, il piccolo transalpino, non somiglia a nessuno se non a se stesso. Con quei trucchi ben nascosti in un borsone che sembra il cilindro di un maghetto indisponente. Un maghetto che quando è in buona sa diventare maestro, sa diventare gioia per gli occhi. Parigi 2019 in qualche modo è già il suo torneo. Intanto perché, dopo la vittoria su Guido Pella, diventa la miglior prestazione della carriera in un Major. Poi perché i suoi concittadini li ha già fatti innamorare, loro che sono sempre molto sensibili al fascino dei giocolieri bizzarri. Quel torneo che da bimbo, e forse pure un poco più tardi, sognava di vincere, adesso lo vede protagonista per davvero. Troppo poco per pensare di arrivare in fondo, abbastanza per far capire a tutti che non c’erano bluff, dietro ai suoi modi bruschi e coraggiosi da artista maledetto.

VERSO I TOP 100

Ha persino cominciato a suonare il pianoforte, Corentin, per incontrare una sua personale via alla bellezza. O per uscire dal mondo dello sport e dell’agonismo, che è battaglia e sacrificio, e trovare sollievo per la sua anima alla ricerca di qualcosa per cui valga la pena fermarsi e incantarsi. Agli spettatori, quando lo incrociano sul loro cammino, non sembra vero, nel 2019, di trovare ancora uno che gioca così: che alla forza oppone il fioretto, che al servizio risponde con una smorzata, che gioca per vincere sì, ma pure per lasciare un segno del suo passaggio. Uno per cui vale sempre la pena di pagare il prezzo del biglietto, come diceva Andre Agassi di un altro francese, Fabrice Santoro. La sua scheda parla di un normotipo di un metro e 75 centimetri (generosi) per 68 chilogrammi di peso, che è numero 110 al mondo e non ha mai provato la gioia dei top 100. Un appuntamento che però è ormai a un passo, dopo il terzo turno parigino. Ma la sua scheda non può dire nulla della sua testa e della sua ambizione. Quella che lo porta a scrivere, in una bella giornata di fine maggio, che ‘A volte la vita è meravigliosa’. A volte anche il tennis è meraviglioso: allez, Corentin.