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il ritorno di Long John

Pubblicato il 29 marzo 2018

Quando si para davanti agli occhi a pochi metri di distanza, la prima sensazione che si prova è inevitabilmente di un certo timore. Poi, solitamente, John Isner allarga un sorriso che più solare non si potrebbe, e allora capisci che quell'omone di due metri e passa – che sarebbe stato un pivot perfetto nel basket – non farebbe del male nemmeno a una mosca. L'unico pericolo, per chi lo incontra, passa per il campo da tennis. Passa per i suoi servizi scagliati dal terzo piano, che arrivano all'avversario pesanti come macigni. O per un gioco che negli anni è diventato sempre più completo, pur mantenendo una chiara dipendenza dal colpo che lo ha reso famoso.

 

'Long John', come lo chiamano nell'ambiente, è in semifinale a Miami, dopo aver vinto più facilmente del previsto contro Hyeon Chung, il coreano che pare ormai pronto per il balzo definitivo verso il tennis di vertice. Stavolta però, contro Isner, nemmeno la concretezza dell'occhialuto Chung è riuscita a fare la differenza. In realtà non c'è stata proprio partita, come testimonia un 6-1 6-4 che adesso mette un po' di paura anche a Juan Martin Del Potro, prossimo avversario dell'americano per un posto in finale. Un torneo positivo che arriva nel bel mezzo di un avvio di stagione tutt'altro che da ricordare, per John. Il quale non vinceva più di un incontro in singolare nello stesso evento da novembre 2017, quando giunse in semifinale a Parigi Bercy.

 

Vicino ai 33 anni (li festeggerà tra meno di un mese), Isner non è certo un ragazzino ma ha meno tennis nel fisico rispetto a quello che si potrebbe pensare leggendo la sua carta d'identità. Non è logoro, 'Long John', perché è entrato tardi nel tennis che conta e lo ha fatto dopo una formazione importante, che adesso gli permette di avere la maturità necessaria per affrontare nel migliore dei modi l'ultima parte della carriera. Nella sua bacheca ci sono dodici titoli Atp, ma ancora nessun '1000', e questo può rappresentare una pecca nel curriculum di uno che è pur sempre stato nei top 10, e che negli ultimi otto anni non è praticamente mai uscito dai top 20. Una continuità importante nella quale però manca un acuto. Vicenda curiosa, se si pensa che quando il ragazzo del North Carolina fece la sua apparizione nel Tour si pensava esattamente l'opposto: 'magari qualche exploit isolato, ma non durerà a lungo'.

 

La vittoria di John, in un tennis che spesso brucia in fretta personaggi come lui, è propria questa: esserci ancora e andare a lottare per i titoli che contano mentre i Next Gen di cui tanto si parla hanno 10-15 anni in meno. La vittoria è anche migliorare giorno dopo giorno, senza porsi limiti, se non quelli che negli anni gli hanno messo di fronte i Fab Four o i giocatori tecnicamente più attrezzati di lui. Riuscire a imporsi in un 1000 prima di fine carriera sarebbe tutto sommato un atto di giustizia nei suoi confronti. Per vedere quel sorriso così sincero splendere una volta di più, sul viso di questo gigante buono dal tennis che spaventa.