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LA STORIA INFINITA

Pubblicato il 16 luglio 2017

Ormai bisogna cambiare tono, nel commentare la seconda carriera di Roger Federer. Bisogna smetterla con le celebrazioni a ogni nuovo titolo, come fosse qualcosa di eccezionale, o peggio di definitivo. La realtà che abbiamo di fronte è un'altra, e ci dice che questo Federer ha la stessa brillantezza, le stesse prospettive di quando aveva 27-28 anni. Da allora sono passate altre otto stagioni, il basilese festeggerà a breve i 36, e a vederlo così sembra più giovane, più motivato, più completo di allora. Era Cilic, durante la finale di Wimbledon che ha consegnato l'ottavo sigillo dei Championships al Signore degli Slam, ad apparire vecchio, sciupato, inadeguato, con quel piede ferito che lo ha messo al tappeto prima del limite. Come erano apparsi inadeguati, sciupati, vecchi in precedenza gli altri sei passati sotto le cure del dottor Roger. Poco importa che avessero mediamente un decennio di meno sulle spalle. I vecchi in questo tennis sono loro.

 

Loro che non sanno cosa fare quando dall'altra parte della rete si trovano un collega capace di ogni tipo di risposta, ogni contromisura in qualsiasi circostanza. Non c'è servizio che sia troppo incisivo, non c'è regolarità che sia abbastanza efficace (ok, eccetto quella di Rafa sulla terra, ma è un altro discorso), non c'è colpo che sia davvero in grado di sorprenderlo. Lui c'è sempre, per mettere ancora un'invenzione in più, quella che non ti aspetti, che non pensi perché tu non puoi pensare, ma lui sì. Il problema è che poi lui non si limita a pensarla, ma la esegue e normalmente ne trae un vincente da standing ovation. I 19 set vinti consecutivamente quest'anno nel Tempio (non 21 perché all'esordio Dolgopolov si è ritirato a metà del secondo) ricalcano i 19 Major portati a casa, primato che si autoconsolida staccando Nadal (15), Djokovic (12) e gli altri che neppure si riescono a vedere, da così lontano.

 

Certo vien da pensare anche, in momenti come questo, alle 10 finali perse, e al fatto che con questa nuova consapevolezza, con questa nuova programmazione, con un coach come Ivan Ljubicic al suo fianco un pochino prima, quei 19 titoli forse ora sarebbero potuti essere 22, 23 o 24. Ma cambia poco. Leggenda era e leggenda resta, anche se da domani non dovesse più vincere nemmeno un Major. Ipotesi peraltro che proprio oggi appare particolarmente lontana. Chi, della nuova generazione, della mediamente giovane, della vecchia, può pensare di essergli superiore? Mettiamo Rafa Nadal una tacca sopra sulla terra, e il miglior Djokovic (ammesso che possa tornare) alla pari sul cemento. Per il resto, il vuoto.

 

Roger non vinceva due titoli Slam nello stesso anno dal 2009, l'ultima stagione da fenomeno della sua carriera prima che qualcuno cominciasse in modo del tutto improprio a parlare di calo di motivazioni, di un giocatore ormai al tramonto, di un'imminente conclusione della storia. Invece siamo ancora qui per dar conto di record che cadono, come l'ottavo Wimbledon che supera la striscia di Pete Sampras e William Renshaw. Siamo ancora qui a 14 anni di distanza da quella prima volta, guarda caso proprio nel Tempio del tennis, quando un 21enne che aveva ormai capito appieno il significato della parola sacrificio stava per cominciare un romanzo di cui ancora non vediamo la fine. Ora Roger è marito, papà di quattro bambini, icona dello sport ad ogni latitudine. Ma non ha perso quell'eleganza, quella capacità di vincere senza risultare antipatico, che è prerogativa sua e di pochi altri nella storia. Il problema, da ora in avanti, non sarà tanto provare a indovinare il giorno del ritiro (“quando Mirka vorrà”), ma semmai capire chi potrà dimostrarsi avversario credibile nella corsa ai prossimi Slam.