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WIMBLEDON SERVITO

Pubblicato il 14 luglio 2017

Questa edizione di Wimbledon sarà ricordata come quella di Roger Federer, l'ennesima di Roger Federer. A prescindere dall'esito delle semifinali. Perché gli altri tre giocatori che sono riusciti a strappare un posto tra i migliori quattro del torneo londinese non sono esattamente l'incarnazione del carisma. O meglio, per dirla tutta, agli occhi del pubblico risultano piuttosto anonimi, non solo se paragonati al Re, ma pure in rapporto ad altri che scontano persino una classifica peggiore, ma che sul campo qualche brivido lungo la schiena lo sanno far correre. Tomas Berdych, Marin Cilic e Sam Querrey, invece, coi brividi hanno poca dimestichezza. Sarà per via della prevalenza del servizio nel loro gioco, sarà per via di carriere un po' frenate da vari fattori (carenza di personalità compresa), ma i tre che hanno preso il posto degli altri Fab 4 difficilmente infiammano i Centrali del circuito. Figurarsi un luogo già di per sé ben abituato e poco incline all'entusiasmo facile come il Tempio dell'erba.

È un'edizione particolare, questa dei Championships. Dove pareva che Nadal, Murray e Djokovic fossero pronti a rendere la vita dura al Migliore di sempre. Invece è accaduto che nel giro di un paio di giorni tutto sia andato in frantumi. Dalle incertezze di Rafa contro un rivale scomodo come Gilles Muller, alle condizioni fisiche precarie degli altri due. È un'edizione con poca pioggia, con i campi sotto accusa, con condizioni complessive definite lente all'inizio dagli stessi giocatori, ma poi virate sul rapido quando si è visto che la differenza la facevano – come ai vecchi tempi – i grandi battitori. È un'edizione per ora senza sfide memorabili, con emozioni che arrivano soprattutto da Roger e soprattutto per via dello stupore che ci pervade ogni volta che inventa colpi, che sprigiona talento. Non tanto, dunque, per l'equilibrio o per le sorprese, dettate nella maggior parte dei casi da situazioni particolari, poco pronosticabili.

Berdych si porta dietro questa nomea di perdente che è un po' frutto di una carriera senza troppi acuti (una sola finale Slam, proprio a Wimbledon, nel 2010), ma che in fondo è un po' ingenerosa per un tipo capace di restare per sette anni tra i top 10. Tomas sui prati londinesi, con Federer, peraltro ci ha già vinto in quel suo 2010 di grazia, ma nel complesso contro lo svizzero è sotto 18-6. Non bene ma nemmeno malaccio, considerato i record di altri top player con il basilese. Cilic, almeno, uno Slam lo ha vinto (Us Open 2014) ma tra un rendimento altalenante e le vicende extra campo che qualche segno lo hanno lasciato (leggi sospensione per una zolletta vietata del 2013), la sua immagine non è proprio quella di un vincente. E lo stesso vale per Sam Querrey, che però dalla sua ha la simpatia di un ragazzotto che pare capitato lì quasi per caso. Tra quel ciondolare un po' storto e un tennis più istintivo che razionale, ma in fondo sempre improntato alla concretezza.

In un'edizione del genere, con tanti comprimari e un solo grande attore, viene spontaneo chiedersi se sia davvero così un male quello che è accaduto nell'ultimo decennio o giù di lì. Ossia il progressivo rallentamento delle superfici e poi – di conseguenza – il dominio degli scambi da fondo e del tennis di sostanza incarnato da Rafa prima, da Andy e Nole poi. È l'eterna contrapposizione tra due estremi, quello che vede lo sport come applicazione e fatica, e quello che lo identifica nel talento e nella capacità di risolvere tutto grazie a un colpo definitivo. Che sia il servizio o un diritto imprendibile. A mettere d'accordo tutti c'è lui, sempre lui. Quel signore di quasi 36 anni che domenica potrebbe infrangere un altro record.