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Regrets

Pubblicato il 8 luglio 2017

5-3 (e 30-0), 5-2, 5-2 (e cinque set-point): l'Italia che saluta Wimbledon avrà in testa questi numeri per un po' di tempo. Insieme all'urlo di gioia che resta strozzato dalle rimonte degli avversari. I primi due set li perde Camila Giorgi contro Jelena Ostapenko, la regina di Parigi. Il terzo, quello che fa più male, lo perde Fabio Fognini contro il numero 1 del mondo Andy Murray. Sul Centrale del torneo più prestigioso del mondo. Eppure, c'è tanto da salvare in un venerdì così amaro per i colori azzurri. C'è da tenersi ben stretta quella sensazione di aver visto all'opera due cavalli di razza, di quelli che magari ogni tanto fanno pure arrabbiare, ma che in giornata di luna buona sanno arrivare al livello dei campioni, di quelli che vincono gli Slam.

Prendete Camila: aveva di fronte una che un po' le somiglia, ma che ha qualche anno in meno e che ha appena cominciato una carriera da predestinata. Si è messa a giocare come sa, l'italiana d'Argentina, ossia tirando tutto a una velocità che nemmeno le più forti riescono a controllare. È salita a un passo – due soli punti – dal primo set. Poi si è spenta la luce: qualche doppio fallo, qualche errore in più, una fiducia che (anche se non traspare mai, dal suo atteggiamento così freddo) comincia a calare. E l'altra che al contrario capisce di poter invertire la tendenza. Il secondo parziale? Figlio del primo, ossia della consapevolezza che non è mai finita, fino all'ultimo punto, che c'è sempre spazio per una rimonta o, sul fronte Giorgi, per farsi rimontare. Uscire dal campo con un 7-5 7-5 sul groppone non è di per sé così fastidioso, ma dopo aver seguito l'andamento della partita i rimpianti non si contano. Una costante, forse l'unica, nella carriera di Camila.

Prendete Fabio: sapeva di poter fare match pari con Murray, lo aveva detto alla vigilia, aggiungendo che si sarebbe divertito. E così è stato, malgrado un fastidio al tendine d'achille che lo ha condizionato nel terzo set. Per diversi momenti durante il match, è sembrato persino che una parte del pubblico londinese lo avesse un po' adottato, che avesse preso a tifare per quell'italiano un po' così, lo 'shot-maker' che non sai mai cosa può tirare fuori dal cilindro. Ben diverso da quel suddito di Sua Maestà che sì, sarà pure numero 1 al mondo, ma che di emozioni legate al suo tennis ne sa produrre troppo poche. Fognini è stato per lunghi tratti la miglior versione di se stesso, pur essendosi preso un punto di penalità (per 'visible obscenity'), che gli è pure costato il game ma che è stato assorbito come se nulla fosse. Forse perché lui stesso aveva la netta sensazione, almeno a tratti, di essere superiore a un rivale che da fondo doveva fare i miracoli per difendersi. E che non riusciva a trarre da un'erba piuttosto lenta quei vantaggi di cui avrebbe avuto bisogno.

La favola si è fermata sul 5-2 del quarto set. Da quel momento e sino al 5-5 se ne sono andati cinque set-point, un paio per demerito dell'azzurro, gli altri per merito del rivale. Che poi, negli ultimi due game, si è ricordato di essere il miglior giocatore del mondo e ha evitato i rischi di un quinto set che a quel punto, vista la notte incombente, si sarebbe giocato sotto le luci artificiali e con il tetto chiuso. Sarebbe stato un momento di grande spettacolo, sarebbe stato un premio alla carriera di un Fognini mai così continuo sui grandi palcoscenici degli Slam. Tutto al condizionale, tutto un 'se'. Come una metafora di una carriera che – al pari di quella della Giorgi – può ancora dire tanto ma porta già con sé tanti (troppi?) rimpianti. Da queste parti, li chiamano 'regrets'.