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IL TORNEO PIÙ FEDELE AI PRONOSTICI

Pubblicato il 27 giugno 2017

In fondo non è una sorpresa, scoprire che l'erba sia la superficie che esalta il talento, quello vero. Sorprenderà comunque alcuni, venire a conoscenza di una statistica particolare: in 83 edizioni dal 1927 (con l'entrata in vigore del sistema delle teste di serie) al 2016, Wimbledon maschile è stato vinto soltanto dodici volte da un giocatore non compreso tra i primi 4 del ranking. E soltanto in due casi, quel giocatore non partiva nemmeno nella griglia dei favoriti. I nomi degli underdog? Boris Becker e Goran Ivanisevic, non esattamente gli ultimi arrivati. Simile il discorso tra le donne, dove però molte delle 14 giocatrici in grado di strappare la vittoria alle prime quattro, sono arrivate nelle ultime stagioni: Kvitova e Bartoli come sorprese reali, poi ancora un'emergente Sharapova (numero 13 nel 2004) e le sorelle Williams nei loro momenti meno felici. Insomma, se c'è da puntare un euro nella patria dei bookmaker, pare consigliabile spenderlo su nomi conosciuti.

Avanti in questa direzione: non c'è torneo al mondo, Slam o Masters 1000, che dal 2003 a oggi abbia visto solo affermazioni dei Fab Four. Wimbledon è l'eccezione, con Roger Federer a inaugurare il filotto nel 2003 e Murray a chiuderlo lo scorso anno. In mezzo, altre sei affermazioni del basilese, un'altra dello scozzese, un paio di Nadal e altrettante di Djokovic. Per fare un confronto con gli altri Major, il Roland Garros che pure è stato patria di Nadal per un decennio, ha visto l'intrusione di Stan Wawrinka, lo stesso che ha messo il suo nome nell'albo d'oro pure a Melbourne (insieme a Safin) e agli Us Open (insieme a Cilic e Del Potro). Non che fuori dall'erba i quattro big se la passino male, dunque, ma a Wimbledon pare non esserci margine nemmeno per quella sorpresa ogni 5 o 10 anni.

Il motivo? Non uno solo, ma una serie. Intanto, come detto, l'esaltazione del talento. Perché si può dire – come continuano a fare in molti negando l'evidenza dei fatti – che il tennis di Nadal, Djokovic e Murray sia più fisico che tecnica, più testa che braccio. Ma poi quando c'è davvero da saper toccare la palla per addomesticarla su quello che resta il terreno più complesso da gestire, in fondo ci arrivano sempre loro. Insieme a Roger, ovviamente, che dominando per l'ennesima volta nel torneo di Halle si è ripreso quelle attenzioni che erano in parte state accantonate dalla lunga pausa in coincidenza della terra battuta. La stagione sull'erba inoltre dura lo spazio di un sospiro, malgrado quest'anno sia stata allungata di una settimana. Non c'è tempo, per chi non è uno specialista dei prati, di trovare il ritmo e dunque impensierire coloro che di base partono con un vantaggio non indifferente. Infine, non è una novità, il rallentamento dei campi dei Championships nell'ultimo decennio ha permesso di prolungare gli scambi come piace a Rafa, Nole e Andy. Ma non basta certo questo, come invece alcuni credono, per definire la questione.

Per trovare una sorpresa degna di questo nome nel Tempio del tennis bisogna tornare al 2001 di Goran Ivanisevic, che vinse quando ormai nessuno osava più metterlo nel gruppo dei favoriti, ma che in fondo quel titolo lo aveva già visto scorrere davanti ai suoi occhi tre volte, tempo prima, nel '92, '94 e '98. Chi davvero non si pensava potesse arrivare a tanto è Richard Krajicek, l'olandese di cristallo che nel 1996 trovò le due settimane della vita, vincendo un'edizione rivoluzionaria, in finale contro l'americano Malivai Washington. Prima di lui ci furono Stich e Cash, o ancora più indietro Kodes. Ma quello era il 1973, l'anno del boicottaggio dei migliori. Tra le donne, il caso eccezionale degli ultimi anni è stato quello di Marion Bartoli, a segno nel 2013 ma già finalista nel 2007 e dunque capace di un exploit di questo livello. Per il resto, la sorpresa più evidente è quella legata al nome di Conchita Martinez, la spagnola che sulla terra si conosceva competitiva, ma che nonostante quel numero 3 accanto al suo nome non veniva troppo considerata per l'erba. Quella volta, era il 1994, si sbagliarono tutti, e Conchita fermò l'ultimo sogno di una che a Wimbledon qualcosa in passato aveva vinto: Sua Maestà Martina Navratilova.