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L’ITALIA CHE VERRÀ

Pubblicato il 15 giugno 2017

Per la prima volta dopo tanti anni, le prospettive del tennis italiano sembrano migliori tra gli uomini che non tra le donne. Ipotesi tutta da verificare nelle prossime stagioni, chiaramente. Ma intanto c'è un cambio di marcia dei ragazzi, in particolare di quelli tra i 20 e i 25-26 anni, rispetto alle coetanee. Un esempio concreto? Arriva dalla 'race', la classifica mondiale che tiene conto dei risultati del 2017. Ebbene, a parte i soliti noti Fognini (24), Lorenzi (43) e Seppi (84), abbiamo Thomas Fabbiano numero 68, Marco Cecchinato 87, Luca Vanni 97. E ancora Travaglia, Napolitano, Giannessi e Berrettini tra i top 150. Caruso, Giustino e il rientrante Bolelli nei 200. Senza considerare Gianluigi Quinzi e Matteo Donati, che in prospettiva sembrano i più attrezzati per far bene. Come del resto promettono di crescere Lorenzo Sonego, Gianluca Mager e Federico Gaio.

Si dirà che serve il campione, per dare la scossa al movimento azzurro maschile. Ma costruire una buona base è fondamentale per pescare, al suo interno, quelli che potrebbero fare il salto verso il vertice, verso quei top 10 che aspettiamo da una quarantina d'anni. E avere 10 giocatori nei primi 150 al mondo è sintomo di una salute generale che potrebbe sfociare in qualche exploit inatteso. Non siamo a livello di Spagna o Francia, ma non siamo nemmeno di fronte a uno di quei periodi bui che abbiamo attraversato più volte, nei quali davvero vedere la luce in fondo al tunnel risultava impresa difficile, anche per gli ottimisti incalliti. Negli ultimi 30 anni o giù di lì, quando le cose per i nostri sono andate particolarmente bene, ci siamo ritrovati a fine anno con cinque ragazzi tra i top 100. Mentre se spostiamo il tiro verso il vertice, la miglior classifica appartiene a Fabio Fognini, numero 13 Atp nel marzo 2014, appena dopo il suo anno di grazia.

Ciò che conforta nell'analisi, è l'età media dei protagonisti di questa nouvelle vague. Tolti i primi tre, tutti oltre i 30, dietro c'è un gruppo di ventenni che si sta affacciando con una certa autorevolezza al circuito Atp. L'ultimo in ordine di tempo a dare prova di maturità è stato Stefano Napolitano a Parigi, dove il piemontese non è parso affatto condizionato dal trovarsi per la prima volta in un evento così più grande di lui, nel quale si sarebbe potuto legittimamente sentire un tantino spaesato. Invece la vittoria con il più grande degli Zverev e la discreta tenuta contro Schwartzman (per giunta dopo aver passato le qualificazioni) hanno dimostrato che persino il palcoscenico di uno Slam non è troppo per un emergente dalle ambizioni importanti. Si potrebbe obiettare che a 22 anni, Stefano non è più un bambino, ma se consideriamo che l'età media dei top 50 è di 29 primavere, il risultato è da tenere in seria considerazione.

Così come è da tenere in considerazione la personalità del 21enne Matteo Berrettini, cresciuto a Roma insieme a un tecnico di valore assoluto come Vincenzo Santopadre. Matteo ha tutto ciò che serve per farne un prototipo del tennista moderno, e al Foro Italico quest'anno ha fatto vedere di essere poco condizionato pure dalla cattiva sorte, che gli si era presentata sotto forma di una distorsione alla caviglia proprio nel momento più importante del suo percorso verso il tabellone principale degli Internazionali. Se pensiamo che, piano piano, anche Gianluigi Quinzi sta riprendendo la sua corsa (grazie al supporto del coach umbro Fabio Gorietti) e che Matteo Donati ha in assoluto le qualità tecniche più importanti dell'intero gruppo, c'è di che essere moderatamente ottimisti. Anche perché gli altri citati nei top 200 non sono proprio sul viale del tramonto, tutt'altro. E persino il 31enne Bolelli pare aver voglia di rimettersi in gioco.