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Roma come Wimbledon

Pubblicato il 19 maggio 2017

Terra o erba? Qualcuno, vedendo soltanto i risultati, potrebbe pensare che quest'anno Roma abbia deciso di cambiare superficie. Nella parte alta del tabellone, troviamo quattro giocatori che hanno costruito la loro carriera (o la costruiranno da qui ai prossimi anni) sui campi rapidi: John Isner, Marin Cilic, Alexander Zverev e Milos Raonic. Un poker decisamente inatteso alla vigilia, in un settore in cui c'erano non soltanto il numero 1 al mondo Andy Murray, ma pure elementi come Stan Wawrinka, David Goffin e quell'Albert Ramos reduce dalla finale di Monte-Carlo. Tutta gente che sul mattone tritato sa come muoversi.

 

Invece è stata la rivoluzione dei giganti: 2 metri e 08 Isner, 1 e 98 Cilic, 1 e 96 Raonic, 1 e 98 Zverev. Media: due metri precisi precisi. E da lassù sparare missili al servizio è molto più semplice, tanto che nel torneo il solo Isner ne ha messi a terra 72. In tre incontri. Non male, per essere sul rosso, dove in teoria chi risponde ha più chance di organizzare una difesa degna di questo nome. Sarà che il clima molto asciutto di questi giorni ha velocizzato le condizioni di campi e palline, sarà che una serie di coincidenze hanno portato i terraioli a non arrivare al meglio della forma. Sarà che il tennis, forse, sta andando nella direzione che indicava Ivan Ljubicic qualche tempo fa, prima di diventare coach di Roger Federer.

 

“La generazione successiva a quella di Djokovic e Murray – spiegava il croato – dovrà per forza cercare soluzioni più aggressive. Sarà normale, sarà una reazione a questo tennis percentuale e che punta così tanto sul fattore fisico. Quindi torneranno di moda gli attaccanti, quelli che prendono rischi, magari persino il serve&volley”. Lui, Ljubicic, ha applicato la teoria al suo 'allievo' Roger, il quale non solo l'ha messa in pratica alla perfezione, ma ha pure ottenuto risultati talmente brillanti da diventare un esempio. Più di quanto già lo fosse in precedenza.

 

Non puoi, del resto, pensare di battere gente come Rafa Nadal confrontandoti sul suo terreno preferito. Devi inventarti qualcosa di diverso, devi cercare di rompere gli schemi. È quello che hanno fatto i quattro bombardieri del tabellone romano, capaci di prendere rischi al momento giusto, di ripartire quando è arrivato qualche (inevitabile) errore gratuito, di fare sempre partita di testa. Il match, nel bene o nel male, lo decidono loro. Se a tutto questo aggiungiamo una fase difensiva straordinaria e inattesa, in particolare per John Isner, ecco spiegata una sorpresa che in questi termini, a Roma, non si vedeva da tempo. Per qualcosa di simile bisogna tornare indietro addirittura al 1994, con una finale dominata da Pete Sampras su Boris Becker (6-1 6-2 6-2), e ancora Ivanisevic e Dosedel in semi e Michael Stich nei quarti. Roba da libri di storia.

 

Oggi, a mantenere i padroni del rosso in cima ai pronostici c'è sempre lui, Nadal, ma anche nella parte bassa del draw c'è un Del Potro che rappresenta più di un'insidia. L'impressione è che questa edizione degli Internazionali BNL d'Italia possa essere un torneo anticipatore di una tendenza che verrà: quella che potrebbe riportare gli attaccanti ai vertici del tennis mondiale. Mettendo fine a un'epoca che va avanti da oltre dieci anni, e che pur avendoci consegnato alcune delle stelle più brillanti di sempre, ha uniformato il gioco come mai si era visto in precedenza. Renderlo più vario è la scommessa da vincere per il futuro.

 

 

Photo Credits: Getty Images