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GIOCARE MENO, GIOCARE MEGLIO

Pubblicato il 28 febbraio 2017

Il numero 1 del mondo, Andy Murray, ha giocato 17 tornei negli ultimi dodici mesi. Novak Djokovic è a quota 16, Rafa Nadal e Roger Federer addirittura a 14, pur con gli infortuni di mezzo. La sostanza però non cambia: per giocare bene, bisogna giocare meno. Una tendenza ormai assodata nel circuito Atp, soprattutto se si parla di vertice, considerando che tra i top 10 c'è un solo giocatore che ha superato la soglia dei 20, Dominic Thiem, che è in netta controtendenza ed è arrivato a toccare i 28 eventi in un anno. Più si scende, più questo limite sale, come è inevitabile e normale che sia, considerando che chi occupa posizioni di rincalzo gioca complessivamente meno dei top players, arrivando poche volte in fondo ai tabelloni. Ma la regola di scegliere con attenzione i tornei da mettere nel proprio calendario trova estimatori un po' a ogni livello. Al contrario, i due che vantano il maggior numero di eventi disputati sono Adrian Mannarino e Radu Albot, entrambi a quota 32.

"Alla mia età – spiega al proposito Nadal, impegnato ad Acapulco – non gioco per diventare numero uno. Se lo diventerò di nuovo, meglio così. Ma non farò come dieci anni fa, cercherò una programmazione adatta per arrivare pronto ai tornei e per avere una carriera più lunga possibile. Sono già stato numero uno e mi rimangono alcuni anni per continuare ad avere ambiziosi obiettivi, ma non così ambiziosi da accorciare la mia carriera". Il messaggio è chiaro dunque, e non è nemmeno la prima volta che Rafa si espone in questa maniera. Per riuscire a rimanere al vertice, e dunque per evitare infortuni seri, bisogna per forza programmarsi in modo da lasciare al proprio fisico la possibilità di recuperare. Quindi bisogna evitare di rincorrere a tutti i costi un calendario che a volte si fa schizofrenico, restando concentrati sui veri obiettivi: Slam, Masters 1000 e pochi altri.

Lo stesso dice, o fa capire, Roger Federer, che questa settimana ha scelto il cemento di Dubai per fare un ulteriore passo avanti nel ranking mondiale (dove attualmente occupa la decima piazza). Del resto il basilese ha sempre tenuto questa linea, non solo per preservare il proprio fisico ma pure per trovare – tra un evento e l'altro – i correttivi utili a innalzare ulteriormente il proprio livello di gioco. Si spiega anche in questo modo il fatto che sia riuscito a vincere lo Slam numero 18 a 35 anni, si spiega così il fatto che si sia adeguato a diverse generazioni di avversari, senza patire il confronto con stili di gioco decisamente diversi tra loro. Certo, Roger è un fenomeno, ma ciò che ottiene non è tutto merito del suo enorme talento. E sono molti quelli che dovrebbero prenderlo ad esempio per la  capacità di programmarsi ottenendo sempre il meglio delle sue possibilità, fisiche e mentali.

Infine, prendiamo Andy Murray. Nel 2016, escludendo Slam, Masters 1000, Davis e Olimpiadi, ha giocato tre tornei: il Queen's di Londra, Vienna e Pechino. Lui, che fa della tenuta atletica il proprio punto di forza, ha comunque sentito il bisogno di rallentare, e nel finale di stagione, quando ha dovuto produrre l'accelerazione massima per arrivare in vetta e scalzare Djokovic, questa energia gli è servita eccome. Al netto delle esibizioni di fine anno (che ogni volta fanno un po' storcere il naso, se associate a lamentele sul calendario), l'esempio dei Fab Four sta dunque anche qui, nel monito che lanciano ai giovani e a tutti coloro che hanno ambizioni: se volete arrivare in alto, dedicate più tempo alla preparazione e meno ai tornei. Quando tirerete le somme, allora sì, ci sarà da divertirsi.