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COME SI CAMBIA

Pubblicato il 17 febbraio 2017

Sentite cosa diceva, poco tempo fa, Toni Nadal: “Rafa ha lavorato duro fin da quando era bambino, credendo che la cosa fondamentale fosse una sola: migliorare costantemente. Ha sempre avuto questo pensiero fisso. E io tutto sommato non credo che il nostro sport sia così complicato, perché per ogni problema che si incontra nel percorso c’è una possibile soluzione. La differenza tra i giocatori normali e i campioni è che i secondi non smettono mai di cercarla, questa soluzione. Quando Rafa era giovane, colpiva la palla in maniera non troppo diversa rispetto agli altri. Ma una volta giunti tra i pro abbiamo capito che doveva essere più solido, colpire con più spin per avere margine e allo stesso tempo dare fastidio agli avversari. Così è arrivato a essere numero 2. Ma non bastava ancora per il gradino successivo. Per arrivare al numero 1, per vincere a Wimbledon o sul veloce, è dovuto cambiare ulteriormente, essere aggressivo, cercare di più il punto. E non è stato facile, perché quando vinci così tanto, modificare l’atteggiamento è complicato. Siamo riusciti a farlo, Rafa è riuscito a farlo e lo farà ancora, perché in fondo il primo obiettivo non è la vittoria, è qualcosa che va oltre”.                        

Basterebbero queste poche righe, per capire il senso della separazione consensuale tra zio e nipote, ufficializzata da qualche giorno e capace di cogliere di sorpresa un po' tutto il mondo del tennis. “Mi dedicherò alla mia Academy a Maiorca” ha aggiunto Toni, e c'è da credergli, ma la separazione ha anche il sapore di una scossa, di un momento di ulteriore cambiamento per un campione in grado di trasformarsi più di una volta, per stare al passo coi migliori. Si pensava non sarebbe mai finita, tra loro, perché non sono soltanto allievo e coach, zio e nipote. Sono – o meglio erano – praticamente inscindibili, nonostante alcuni momenti di incertezza, alcuni dubbi sorti dall'una o dall'altra parte nel corso dei tanti anni al vertice. Da quando Carlos Moya è approdato all'angolo di Rafa, Toni si è sentito più tranquillo, ha potuto fare una scelta che maturava da tempo. Così, dal 2018 non andrà più in giro per il mondo, non sarà più lui il destinatario degli sguardi del nipote in cerca di risposte a un rivale di cui non riesce a scardinare le difese. Ma – c'è da giurarci – resterà sempre il punto di riferimento principale, anche da lontano, anche da casa.

Perché la verità è che Nadal non sarebbe stato Nadal senza zio Toni. Che ha sì avuto per le mani un fenomeno raro, ma ha grandi meriti nella costruzione di una carriera impensabile, all'inizio del loro percorso. Chi ha avuto la fortuna di assistere a una lezione del coach maiorchino lo sa bene: intensità, ritmo, capacità di spiegare i dettagli come pochi altri riescono a fare. E motivazione, tanta, al servizio di un ragazzino – il giovane Rafa – che è sempre stato una sorta di spugna. Capace di apprendere al volo ogni lezione, da quelle apparentemente più insignificanti, a quelle che hanno cambiato la sua storia e quella del tennis. “È il momento giusto per cambiare – ribadisce Toni – perché ho un'età (55 anni, ndr) in cui si cominciano a fare certe riflessioni, in cui si fa un bilancio e si capisce che per tanto che si è guadagnato vivendo una vita da professionista del tennis, c'è pure tanto che si è perso non vivendo il proprio mondo quotidianamente. Di questo vorrei riappropriarmi, ma non si tratta di una scelta 'contro' Rafa. Perché quando lui avrà bisogno, quando lui mi chiederà di essere presente in qualche torneo, magari non troppo lontano, io risponderò presente”.