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IL QUINTO UOMO

Pubblicato il 10 settembre 2016

Dopo i Fab Four c'è lui, Stan The Man: Wawrinka. È in finale agli Us Open, dopo la vittoria su Nishikori in quattro set, e va a caccia del suo terzo Slam in carriera. Ma è già il quinto uomo se guardiamo ai risultati nei Major, perché è l'unico ad averne conquistati due (Australian Open 2014 e Roland Garros 2015) da quando è iniziato il dominio del quartetto di fenomeni, dunque da una decina d'anni a questa parte. Dal 2013 è stabilmente nei top 10, con il numero 3 come best ranking e un complesso di inferiorità rispetto al connazionale (e amico) Roger Federer che piano piano si è andato dissipando, grazie alla maturità degli anni (oggi sono 31), ma pure grazie alle vittorie.

Non solo. Spesso Stan The Man è quello che fa spettacolo, è quello che lascia i migliori ricordi negli spettatori, è quello che fa impazzire i favoriti, anche quando perde. Solo a Wimbledon, dove l'erba un po' lo penalizza, non è mai andato oltre i quarti di finale, ma pure sui prati il suo rovescio a una mano ha fatto vittime e regalato incanti. Quegli incanti che altrove, terra e cemento, si sono tramutati in risultati pesanti. Magari è mancato nei Masters 1000, lo svizzero, che ha soltanto un Monte-Carlo (nel 2014) da sfoggiare, ma quando si gioca tre su cinque, quando arrivano gli Slam, ormai è da considerare nel lotto dei favoriti per il titolo.

In questi Us Open ha rischiato tanto con il folle (ma talentuoso) Daniel Evans, ha pagato qualche disattenzione cedendo set che poteva vincere, ma in semi contro Nishikori ha retto l'urto di un avvio fulminante del pupillo di Michelino Chang, tarpandogli le ali quando stava per prendere il volo. Perché Wawrinka è anche questo: è determinazione, rifiuto della sconfitta pure se sta lì a pochi passi, voglia di giocarsela fino all'ultimo quindici, senza mai essere banale. Considerato che non può essere banale uno che si è ritrovato in dote un tennis così, spettacolare ma concreto, capace di produrre qualsiasi colpo.

Fosse nato in altra epoca, Wawrinka sarebbe stato ricordato in ben altro modo: sarebbe stato innanzitutto un eroe nazionale in patria, ma sarebbe stato pure il campione di stile da contrapporre al corri-e-tira, ai campioni un po' robot. Invece è nato nell'epoca di Federer, solo quattro anni più tardi, e se quell'esempio lo avrà aiutato facendo da stimolo per la sua crescita, dall'altra parte ne ha offuscato la carriera per buona parte, etichettandolo come il 'buon secondo' dietro al Re. Un'etichetta che magari per qualcuno poteva pure essere comoda, senza troppi riflettori puntati addosso, ma che al losannese, orgoglioso come pochi, ha creato un certo fastidio.

Ora però Stan non si nasconde più, non rifugge dai confronti. Sono lontani i tempi in cui andava, da numero 20 del mondo, a giocare il Challenger di Lugano (due vittorie). Sono lontani i tempi in cui buttava partite alla sua portata per la ricerca di qualcosa in più, di qualcosa di spettacolare da contrapporre alla banalità. Oggi Wawrinka è uomo maturo, ha 31 anni, tante esperienze alle spalle e una bacheca importante comunque vada a finire. Così può giocare tranquillo, sereno, dando tutto ciò che ha. Anche contro Djokovic, anche in finale. Per cercare di ripetere l'impresa di Parigi 2015.