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CIN CIN CILIC

Pubblicato il 22 agosto 2016

A una settimana dal via del torneo che lo ha lanciato nel tennis di vertice, Marin Cilic torna a vincere qualcosa di importante. Lo fa a Cincinnati, in un Masters 1000 anomalo perché arrivava subito dopo le Olimpiadi, dunque con tanti forfait dettati dalle fatiche dei top players, pronti a sacrificare l'evento americano in vista di una migliore preparazione per il quarto Slam stagionale, gli Us Open di New York. Quel Major che il croato si portò a casa nel 2014, nella finale più sorprendente della storia recente del grande tennis, dominata con un triplice 6-3 contro il giapponese Kei Nishikori. Proprio quell'anno, a Rotterdam, Marin riuscì a battere Andy Murray per la terza volta su 13 confronti, la prima dopo cinque anni. E in Ohio si è ripetuto, centrando una vittoria in due set (6-4 7-5) che sa di rilancio definitivo dopo un lungo periodo di incertezza e un infortunio al ginocchio che lo aveva tenuto fuori per un paio di mesi.

Quando si parla di Cilic, tra addetti ai lavori e appassionati c'è spesso quel velo della squalifica per doping (datata 2013) che copre una parte della sua carriera e della sua credibilità. Un velo accentuato dal 'silent ban' che arrivò durante Wimbledon e che forse fece più clamore della squalifica stessa, dovuta a una zolletta di glucosio contenente un prodotto non ammesso. Una vicenda ormai accantonata, e che tutto sommato non ha compromesso l'attività di un giocatore dal grande potenziale. Uno che in carriera ha saputo battere, oltre a Murray, anche Roger Federer e Rafa Nadal, vedendosi negata soltanto da Novak Djokovic la soddisfazione di un en plein contro i Fab Four.

Oggi Cilic, nato a Medjugorje nel 1988, è prima di tutto un ragazzo sereno. I suoi 27 anni sono una garanzia perché significano maturità ma anche tante stagioni di alto livello ancora disponibili. E a dargli ulteriore fiducia c'è un nuovo coach al suo angolo. Si chiama Jonas Bjorkman, è svedese, e ha saputo trasferire nella sua carriera di allenatore tutta quell'intelligenza che aveva mostrato da giocatore, quando senza avere un bagaglio tecnico straordinario riuscì ad arrampicarsi fino al numero 4 della classifica mondiale di singolare e al numero 1 di quella di doppio, centrando due semifinali pesanti negli Slam, a Wimbledon e a New York. Ebbene, Bjorkman è stato per un breve periodo nello staff di Andy Murray, e forse proprio quella stretta vicinanza col numero 2 del mondo ha regalato al nuovo pupillo qualche segreto in più per arrivare al successo di domenica sera.

“Sento che potrà aiutarmi molto – ha spiegato il croato a proposito dello scandinavo – soprattutto nel gioco di volo, dove ho bisogno di fare progressi. Del resto la sua carriera parla per lui, e proprio a rete Jonas aveva il suo punto di forza”. Tutto vero, Marin: Bjorkman aveva un diritto esasperatamente anticipato ma tutto sommato fragile, un rovescio continuo ma senza il colpo del ko, un gioco complessivamente attaccabile da chiunque avesse avuto un po' di coraggio. Ma alla fine spesso vinceva lui, proprio con quel coraggio che gli altri non trovavano. Andando avanti su ogni palla, finendo per sfiancare mentalmente gli avversari, facendo valere un'attitudine al tocco che lo ha portato a traguardi insperati. Proprio l'opposto di Cilic, capace di grandi botte nei fondamentali ma ancora da forgiare in certi movimenti d'attacco. Passa da qui, dalla testa di Bjorkman e dalla convinzione di Marin, un ulteriore salto di qualità del croato, oggi numero 9 del mondo. Per cancellare una volta per tutte quel velo fastidioso calato sulla sua carriera tre stagioni fa.