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IL BRACCIO E LA MENTE

Pubblicato il 13 aprile 2016

L'Italia è Paese di contraddizioni, di culture e di genti profondamente diverse a seconda che ci si sposti solo di qualche chilometro. È la nostra bellezza, in fondo. La nostra unicità. Ed è la spiegazione di come non ci sia, nello sport come in ogni altro settore, un solo 'prototipo di italiano'. Non siamo facilmente inquadrabili, malgrado gli stereotipi non abbiano smesso di metterci in evidenza come se fossimo fatti un po' tutti alla stessa maniera. Un esempio? Arriva dal tennis. Basta pensare negli anni passati a Paolo Bertolucci e a Corrado Barazzutti, a Omar Camporese e a Renzo Furlan. Oggi, a Fabio Fognini e a Paolo Lorenzi. A chi il dono del talento, magari un po' folle, senza troppe regole. A chi quello della costanza, della determinazione, della voglia di emergere a tutti i costi. Quale sia, delle due qualità, quella in assoluto più importante, è mistero ancora irrisolto. Certo è che per fare un campione da Slam, da primato, servono entrambe condensate in un'unica persona.

Sul Court des Princes, quel gioiellino che è il secondo campo del Masters 1000 di Monte-Carlo, quello più amato dagli italiani, va in scena il derby di primo turno. Fabio Fognini rientra dopo lo stop per infortunio, Paolo Lorenzi gli si oppone con la consapevolezza di vivere, a 34 anni, il miglior momento della carriera. Accade questo: primo set con il ligure che domina, da pronostico, e chiude per 6-2; secondo e terzo parziale con lo stesso Fognini che sparisce dal campo e Lorenzi in cattedra, fino alla conclusione in suo favore per 6-0 6-1. Il tutto in una partita durata un'ora e 21 minuti, vissuta tutta di corsa e conclusa da qualche fischio che ha accompagnato all'uscita il nostro miglior giocatore.

La mente va subito all'infortunio, al fatto che Fabio non fosse preparato per affrontare un match di alto livello dopo il periodo di stop. Invece è lui stesso, con grande onestà, a spiegare la sconfitta in un altro modo: “L'infortunio non c'entra, non ho avvertito dolore. Semplicemente, ho perso un game al servizio all'inizio del secondo set e questo mi ha tolto la concentrazione. Sapete, mi capita spesso, ma stavolta non sono più riuscito a rientrare, anche perché Paolo è cresciuto e io fisicamente mi sono spento”. Analisi lucida, serena, di un ragazzo che in tante occasioni ha saputo regalare emozioni, e in tante altre ha deluso le attese che poggiano sulle sue spalle. Ventotto anni, numero 31 del ranking, un passato recente da numero 13 e da aspirante top 10, il ligure resta la migliore delle nostre stelle. Ma per sfruttare davvero il suo potenziale, dovrebbe travestirsi per un anno da Paolo Lorenzi.

Lorenzi che dice di avere ancora tanti stimoli, nell'anno che lo porta ai 35. E che diventa di giorno in giorno, sempre più, un esempio per tutti quelli che vogliono diventare professionisti. Un giocatore capace di costruirsi passo passo un tennis adatto al circuito dei pro, quando da teenager pareva essere ben lontano da quel mondo. Oggi, sul Centrale di Roquebrune, lo attende Gael Monfils, un altro talento folle. Contro il quale ha giocato (e perso) in una sola occasione, a Vienna lo scorso anno. Stavolta, sulla terra del Principato, che resta tra le più lente del circuito (a patto che non ci sia vento), magari qualche chance in più il nostro ce l'avrà. E c'è da scommettere che venderà cara la pelle. Come si conviene a chi ha la consapevolezza di doversi meritare ogni giorno la propria fortuna.