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La coperta di Linus

Pubblicato il 2 ottobre 2014

John Newcombe, una leggenda vivente australiana di questo sport con 24 titoli del Grande Slam in carriera (7 in singolo e 17 in doppio), lo detesta apertamente. E con lui molti tifosi, commentatori e appassionati. “Un’arma fatta al cento per cento di cotone”, ovvero l’asciugamano.

Sia chiaro, non che Newcombe lo odi per asciugarsi il volto al mattino ma non sopporta che i giocatori di tennis, uomini o donne che siano, corrano ad ogni punto per afferrarlo e togliersi le goccioline (?!) di sudore. Non si tratta di igiene, bensì di routine, una vera moda che da Djokovic fino al signor. Rossi del sabato pomeriggio sta prendendo piede sui campi da tennis. Come i pantaloni a zampa degli anni ’70.

Prima di addentrarci sulle manie dei tanti atleti con la racchetta in mano, vorremmo fare una doverosa premessa: dopo uno scambio di 25 colpi, discese a rete e ritorno a fondo campo compresi, durante un match nella Rod Laver Arena durante gli Australian Open alle 2 del pomeriggio quando il termometro segna 40 gradi, è più che doveroso potersi asciugare il volto e le mani prima del 15 successivo! Diverso è il caso dopo un ace fatto a Londra durante Wimbledon, quando l’aria un po' frizzantina della City regala una giornata mite e nuvolosa a 22 gradi. Perché ricorrere all’asciugamano? Quale sforzo biblico è stato compiuto che comporti un passaggio di cotone bianco sul volto?

Durante gli ultimi US Open vinti da Marian Cilic sul giapponese Kei Nishikori, il New York Times ha pubblicato un articolo curioso. “Nadal brandisce l’asciugamano con lo stesso fervore con cui fa quasi tutto il resto: con la mano sinistra se lo passa sulla faccia, poi dietro l’orecchio, poi ripete l’operazione dall’altra parte. Alcuni se lo vanno a prendere, altri fanno un segno con la mano per farselo passare”. In uno sport che cerca di essere più dinamico, veloce, con match più corti e fruibili per il pubblico, l’asciugamano rappresenta l’esatto opposto.

Roger Federer, uno dei pochi giocatori che non fa troppe manfrine sulle palline, sulle pause o sui riti scaramantici prima di ogni punto, ha detto che per alcuni giocatori l’asciugamano è “una coperta di Linus”, un prolungamento naturale del loro braccio. Anche Roger non si è fatto mancare l’asciugamano ma spesso lo ha usato per il suo fine, non per prendere tempo o far innervosire l’avversario. Altri, al contrario, lo indicano con il dito al raccattapalle che si è trasformato di più in un cameriere d’albergo che in un lanciatore di palline.

Tutto questo, ovviamente, solo trent’anni fa era fantascienza. E non è che i vari Becker, Sampras, Navratilova o McEnroe non sudassero! Ma giocavano a tennis, non creavano delle strategie ad hoc per meditare durante i 25 secondi tra una pallina e l’altra. Con il tempo la gente si abitua a guadare i giocatori e le loro manie: dai capelli dietro l’orecchio di Nadal alle righe non calpestate da Maria Sharapova. L’asciugamano, però, infastidisce non poco pubblico e commentatori, esausti da questa voglia di un panno di cotone durante la partita dentro un palazzetto di Parigi a novembre.

Alcuni psicologi dello sport hanno accomunato l’asciugamano del tennista all’high five dei giocatori di basket e volley dopo ogni punto. Non siamo laureti in psicologia ma troviamo azzardato il paragone. Vorremmo sportivi più concentrati sulla partita e non strateghi di tattiche stile-Freud. In fin dei conti, le palline sono le stesse per tutti i giocatori, così come la temperatura dell’aria e del campo. Tornare al tennis degli anni ’80, in questo caso, non vuol dire essere eternamente nostalgici ma desiderosi di guardare una partita per la sua essenza: lo sport.