blog
home / BLOG / Perché i giocatori parlano da soli?

Perché i giocatori parlano da soli?

Pubblicato il 29 novembre 2013

Il tennis è uno sport in cui si parla. Uno sport in cui i giocatori possono sprecare un sacco di saliva tra due punti. Ma cosa porta un tennista a parlare tra sè di fronte a migliaia di stranieri e milioni di spettatori TV?

«Nessun atleta parla a se stesso come giocatori di tennis. Giocatori di baseball, golfisti, portieri, mormorano a a se stessi, ma i giocatori di tennis si parlano — e si rispondono. I tennisti sembrano come dei pazzi in una pubblica piazza». A prima vista, Andre Agassi sembra essere un adulto sano di mente. Ma la leggenda del tennis americano ha notato una caratteristica nel suo sport: l'inclinazione che i giocatori hanno di farsi delle ramanzine ad alta voce. 
Se Roger Federer è diventato silenzioso come una tomba dopo un inizio carriera trascorso a spaccare in mille pezzi le racchette e imprecando in svizzero-tedesco, gli altri non hanno mai cessato di essere dei chiacchieroni. Così, un uomo come Gilles Simon si dimostra anche più loquace di un film di Woody Allen commentandosi ogni suo punto.

Ma da dove proviene questa "follia" come descritto da Agassi? Uno psicologo specializzato, Makis Chamalidis ha lavorato per anni con la Federazione di Tennis francese (FFT) e per spiegare questo fenomeno sottolinea la rilevanza dei "tempi morti” come una caratteristica importante del tennis: “Dopo ogni punto, si hanno 20-25 secondi dove non accade molto. 

È abbastanza normale parlare con te stesso allora. Hai questioni da affrontare, analizzi quello che è successo o cerchi di eludere la tua frustrazione. Non ci sono tali interruzioni in altri sport, e non viene coinvolta una persona esterna, come un allenatore”. 
E in questo tempo solitario, molti si trattengono con un monologo. Julien Boutter lo ha fatto per un po'.«Parlavo molto con me all'inizio della mia carriera, finché ho capito che era uno spreco di tempo ed energia, ha detto l'ex numero 46 ° al mondo. Ma mi ci è voluto molto tempo e purtroppo per me, è accaduto piuttosto tardi. È da allora che ho ottenuto i miei risultati migliori».

CREARE UNA ROUTINE INVECE DI PARLARE
Parlare non significa vincere. “La maggior parte dei giocatori non parla molto quando le cose non vanno bene” ci dice John Paul Loth. Per l’ex capo della squadra francese di Davis Cup By BNP Paribas parlare può sembrare un segno di debolezza e impotenza: “Quando le cose non vanno per il verso giusto, i giocatori pensano che parlare, lamentarsi può portare all’esatto contrario.”
Julien Boutter conferma queste credenze e aggiunge: “Per me era sempre una perdita di energie. Mostra al tuo avversario che non sei completamente padrone di te stesso, gli da delle indicazioni sul tuo gioco. È una sorta di fuga in avanti. Molto spesso, quando un giocatore parla tra sé e sé, quello che dice è fuori dalla realtà del gioco. Dai la colpa sul problema sbagliato. Ti dici cose del tipo: “Non sento la palla” oppure “Il mio dritto non è buono”, ma questo non aiuta di certo a giocare un buon tennis.”

Nel 1994 uno studio americano condotto tra i principianti ha mostrato che parlare in maniera negativa aumenta le chance di giocare male. Comunque, un tennista tende ad essere autoironico quando parla con sé stesso. “Marat Safin ha perso metà della sua carriera per questo”, dice Butter. Dovremmo quindi cercare di imbavagliare un giocatore troppo concentrato sul linguaggio negativo, come ha fatto il padre e allenatore di Chris Evert, all'inizio della sua carriera (con il successo che sappiamo)? Per Makis Chamalidis questa non è una buona idea: “Non si può forzare un giocatore a smettere di parlare. Perché se ad esempio ti dico di non pensare al colore rosso, allora tu penserai sempre a questo colore.” Gli psicologi raccomandano di lavorare su sé stessi per evitare questa dispersione mentale: “Questo training mentale può generare una routine tra due punti.
Questa routine permetterà simbolicamente al giocatore di pensare e focalizzasi sul prossimo step. Ecco perché alcuni giocatori fanno questo durante i 20 secondi di break, sia se hanno vinto o perso il punto precedente.” Chamadalis cita l’esempio della leggendaria abitudine di Pete Sampras: “Quando guarda le sue corde, non è per superstizione, ma un trucco mentale per capire meglio il passo successivo”. A rischio di sembrare un pazzo. Ma un pazzo che vince alla fine.

Testo: ALEXANDRE PEDRO
Traduzione: We Are Tennis Italia