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CIAO FRED, SONO ANDY…

Pubblicato il 8 luglio 2013

Elderslie e Dunblane sono due cittadine della Scozia. Distano 43 miglia, con il traffico attuale, percorrendo la M80 (come ci consiglia Google Maps), potremmo arrivare a destinazione in 53 minuti.

Non impegnatevi a cercare, nella vostra guida delle Highland riposta accuratamente in libreria, cosa ci sia di tanto bello da vedere perché la risposta è molto semplice: nulla. Rappresentano solo un simbolo, da oggi con un significato in più. Elderslie diede i natali a Sir William Wallace, storico condottiero scozzese, considerato eroe nazionale dal popolo in kilt ben prima che Mel Gibson ne decantasse le gesta sul grande schermo. Lottava per liberare Glasgow dal dominio di Londra, morì da martire.
Dunblane è la città di origine di Andy Murray, il vincitore di Wimbledon 2013. Da scozzese ha liberato l’intera isola della Gran Bretagna dall’incubo di Fred Perry, ovvero l’ultimo giocatore di Sua Maestà a trionfare sull’erba di casa. Sono passati 77 anni, un’intera vita di passione.

È un parallelismo impossibile – lo sappiamo bene – ma è stato curioso ascoltare le voci di un intero popolo prima del match. “Guarda, se vince vuol dire che vince la Gran Bretagna, se perde vuol dire che ha perso uno scozzese”. Chiamatela pure comicità british ma queste non erano semplici parole. Eppure c’era un’intero stadio a tifare per il ragazzo cresciuto a Dunblane, emigrato in un’accademia a Barcellona senza grandi risultati in età adolescenziale, da alcuni anni sotto l’ombrellone di saggezza di un campione del passato, Ivan Lendl. C’erano quasi tutti: il primo ministro David Cameron, vip più o meno tali, politici e gente del popolo. Mancava solo lei (la Regina). 

Andy ha vinto, Andy è stato il più bravo, Andy ha trionfato con merito (tanti punti in più del finalista e numero uno al mondo Nole Djokovic, molto falloso durante tutto l’incontro). Andy, però, è l’anti-british con la racchetta. Finisce a rete solo quando deve recuperare una palla corta dell’avversario; di attaccare non se ne parla proprio, figuriamoci con il serve&volley (tanto caro a Fred Perry). La strategia del binomio Murray-Lendl è chiara: dobbiamo essere un solidissimo muro, sia fisicamente che mentalmente, prima o poi saranno gli altri a sbagliare. È un concetto che non ci piace ma non vogliamo apparire sgradevoli nel momento in cui un popolo, e lo stesso Murray, si liberano di un peso così grande (il riferimento alla statua di Fred all’ingresso dell’All England è puramente casuale).

Discorso analogo per Marion Bartoli, la vincitrice dell’edizione in gonnella.
O meglio, “C’era una volta la gonnella”
. Anche in questo caso ci permettiamo di fare i complimenti alla francese che non ha rubato nulla durante tutte le due settimane di torneo. Non possiamo però non notare che un gioco basato su dritto e rovescio da fondo campo a due mani, così come le rarissime voleé, non siano proprio per palati fini. Allenata con metodi poco ortodossi dal padre-padrone, ha strappato un sorriso alla connazionale Amélie Mauresmo seduta nel suo box-di-amici, meno al suo popolo. Non è amata (e abbiamo usato un eufemismo).

Un popolo che al contrario sorride è quello italiano. Gianluigi Quinzi, all’anagrafe diciasettenne, è il trionfatore dell’edizione juniores dell’erba inglese dopo aver battuto in finale il coreano Hyeon Chung. Sono passati 26 anni dall’ultimo successo di Diego Nargiso. Vi preghiamo però di non correre con i paragoni. Non titoliamo: “L’Italia ha il nuovo Nadal”, è quanto meno prematuro. Gianluigi ha qualità, non c’è dubbio, ma non ha nemmeno l’età per votare. Deve crescere senza gli assilli e le pressioni di una nazione che cerca il suo Messia con la racchetta da tanti lustri.

Complimenti a tutti, a Londra è tempo del grande ballo.