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Gianni Clerici, un mondo attorno alla pallina

Pubblicato il 8 giugno 2022

Lo Scriba se ne è andato, ma resteranno sempre con noi le sue opere e il suo modo unico di raccontare lo sport. Gianni Clerici – tra 500 anni di tennis, gli altri libri, gli articoli ‘in cui poteva anche non dirti chi aveva vinto’ e le telecronache indimenticabili con Rino Tommasi – ha saputo parlare dei campioni come nessun altro, prima e dopo di lui

Certo, era uno scrittore. Una penna d’oro al servizio del tennis. Ma era anche un grande conoscitore di sport e di vita. Per questo, oltre che per il suo talento, Gianni Clerici resterà inimitabile. La sua scomparsa, poco prima di compiere 92 anni, ha sollevato un’intensa ondata di emozione, ha riaperto i cassetti della memoria in tanti appassionati di vecchia data, così come in tutti quelli che grazie a lui hanno scoperto una strada, quella di raccontare lo sport.

Diventò popolare grazie alla televisione, ‘quel del tenis’, come lo chiamavano i suoi conterranei di Como dopo un episodio accaduto a Mantova, dove un cameriere lo apostrofò così. Perché le telecronache con Rino Tommasi hanno segnato un’epoca, in Italia, persino più di quanto abbiano saputo fare gli stessi campioni che Gianni e Rino raccontavano. Il loro era un dialogo, non un racconto, e proprio nell’ascoltare il meraviglioso botta e risposta tra due anime così diverse eppure così affini, nacque ai piani alti delle televisioni l’idea di introdurre la cronaca di coppia, oggi data per scontata.

Lui, invece, scontato non lo era mai. Torna spesso, in questi giorni dedicati al ricordo, quella frase di Rino Tommasi, che il compagno di scorribande lo dipingeva in questo modo: “Magari non ti dirà quale giocatore ha vinto la partita, ma di certo ti saprà dire il perché”. Eppure, malgrado in effetti i suoi articoli andassero frequentemente in quella direzione, Gianni Clerici non era solamente un esteta del tennis e della penna, bensì un profondo conoscitore del gioco.

LA SCOPERTA DI PETE SAMPRAS E ROGER FEDERER

Estasiato dall’arrivo di Roger Federer, come in precedenza lo era stato per Pete Sampras (scoperto mentre gli era stato suggerito di dare un’occhiata a un ‘grande talento’, Michael Chang), amava il tennis che raccontava nei suoi libri, quello imbevuto di eleganza, la dote che più di altre lo distingueva, seppure a modo suo. Tuttavia sapeva apprezzare mondi diversi, dentro e fuori dal campo. Una mente aperta che capiva tutto prima di tutti. Capiva le dinamiche di un incontro, capiva le emozioni dei giocatori, essendolo stato a sua volta (persino a Wimbledon e al Roland Garros), malgrado lui tendesse a raccontarlo il meno possibile.

Era anche un provocatore, lo Scriba. Come quando fingeva di auto-celebrarsi con uno spiccato senso di autoironia, o come quando giocava sull’ambiguità di alcune sue battute politicamente scorrette che oggi solleverebbero un polverone. L’epoca di internet e dei social, Gianni Clerici l’ha soltanto sfiorata, e in un certo senso è stata una fortuna. I suoi articoli non sarebbero mai stati premiati dalla logica della scrittura SEO, quella che consente di far decollare lo scritto di turno nei motori di ricerca. Per lui l’obiettivo era l’estetica, non la resa. E del lettore si preoccupava il giusto.

Proprio per questo – anche se oggi appare come un paradosso – era amato da tutti coloro che compravano il quotidiano solo per leggere il suo pezzo. O per quelli (ed erano ancora di più) che aspettavano l’ennesimo torneo dello Slam per ascoltare la sua voce, così teoricamente poco adatta al piccolo schermo e invece entrata rapidamente nei cuori degli appassionati come una guida, capace di farti capire lo sport e gli atleti come nessuno aveva fatto mai.

IL GAME DIDATTICO E IL TENNIS COME METAFORA DELLA VITA

A un certo punto, avendo compreso che la popolarità, sua e del tennis che raccontava, stava crescendo rapidamente, si inventò il ‘game didattico’. Nel bel mezzo di una partita, importante o meno che fosse, interrompeva la cronaca per qualche punto con l’obiettivo di spiegare a cosa servivano le righe sul campo e quella rete lì in mezzo. Oltre che per entrare nel dettaglio di un punteggio così complicato, tra ‘quindici’, ‘game’, ‘set’ e ‘tie-break’. Il tennis lo raccontava non solo con amore ma pure con orgoglio, sostenendo che fosse lo sport più corretto del mondo, nonché

quello più vicino a essere una metafora della vita.

Sapeva commuoversi, Gianni, come accadde quando la povera Jana Novotna vinse finalmente il torneo di Wimbledon e si abbandonò alle lacrime, era il 1998. Faceva pronostici che definiva ‘sentimentali’, ben sapendo che quasi mai sarebbero stati rispettati dal risultato del campo. E non voleva parlare di quell’argomento tanto in voga oggi, mentre sta per concludersi l’epoca dei Big 3, ossia quello del migliore di ogni tempo. “Semplicemente – diceva Clerici – il migliore di ogni tempo non esiste, ma esiste il migliore del suo tempo”.

500 ANNI DI TENNIS, IL LIBRONE

Grande appassionato di arte e di cultura, conobbe il tennis da bambino ad Alassio e non lo lasciò più, riuscendo a diventare il cantore di quel gioco che allora era ancora riservato a pochi facoltosi. Il lavoro di cui più andava fiero era quello che chiamava ‘il librone’, ossia ‘500 anni di tennis’, opera monumentale tradotta in una decina di lingue, che lo aiutò a prendersi un posto nella Hall of Fame, in cui fu introdotto nel 2006.

Proprio ‘il librone’ – definito da Enzo Biagi il più celebrato long seller italiano all’estero dopo La Divina Commedia e Pinocchio – resta oggi sulle librerie di ogni persona che si voglia definire appassionata di tennis, per testimoniare ciò che Gianni Clerici era, al di là di come si divertiva ad apparire davanti alle telecamere: un innamorato di quello sport che lo ha preso e lo ha trascinato via, perché lui ne facesse qualcosa di popolare.

Ecco, il vero grazie, oggi, al Signor Clerici Giovanni da Como, va detto per questo. Per aver scoperto una disciplina ancora un po’ aristocratica e averla portata con garbo, con stile, con educazione, con ironia e con competenza nelle case di tante famiglie. Lo ‘scrittore prestato allo sport’, come lo ha definito Italo Calvino, ha tanti meriti che vanno oltre la racchetta. Ma se, nelle ultime due generazioni, tante persone hanno scoperto il tennis e lo hanno eletto a loro sport della vita, molto probabilmente è per via di quella mente vivace, di quella voce e di quella penna. Strumenti di un uomo gentile che si è dedicato a descrivere la danza di una pallina e di tutto il mondo che le girava attorno.