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I 4 Slam con le stesse regole: prove di unità

Pubblicato il 17 marzo 2022

I quattro tornei del Grande Slam parlano con una voce sola: nel 2022 si giocherà ovunque un tie-break ai dieci punti per risolvere il set decisivo. Una prova, che però potrebbe trasformarsi in una decisione permanente per il futuro dei Major.

Alla ricerca dell’unità, il tennis comincia a fare chiarezza partendo dai suoi eventi più importanti. I tornei del Grande Slam, nel 2022, avranno una regola comune in merito al punteggio: si giocherà con un tie-break decisivo (quinto set per gli uomini, terzo per le donne) dove a vincere sarà chi arriverà per primo a dieci punti, con i consueti due di margine sull’avversario. 

La stessa norma che era stata scelta dall’Australian Open si andrà dunque a mettere in pratica anche al Roland Garros, a Wimbledon e agli Us Open. Lo hanno dichiarato proprio i quattro Major in un comunicato congiunto. Ufficialmente, si tratta di una prova per un anno, da valutare in base ai risultati. La sensazione, tuttavia, è che possa essere una strada ragionevole da seguire anche per il futuro. 

US OPEN INNOVATIVI, WIMBLEDON TRADIZIONALISTA

Si partiva da una situazione diversa per ognuno dei quattro appuntamenti principali del calendario tennistico. Gli Australian Open, come detto, avevano optato per un tie-break decisivo più lungo di quello tradizionale ai sette punti. Il Roland Garros era rimasto invece il solo Slam senza tie-break nel parziale conclusivo, laddove persino Wimbledon – il regno della tradizione – si era convinto a spezzare l’equilibrio, anche se solo sul 12-12. 

Gli Us Open di New York, infine, avevano proseguito nella loro politica pragmatica, peraltro messa in atto fin dal 1970, anticipando qualsiasi altro grande torneo nella volontà di accorciare i tempi degli incontri.

Ma perché erano diversi, i quattro Slam? Perché ognuno ha una storia diversa e ha proprie peculiarità che richiedevano – in teoria – approcci separati. Nonostante la velocizzazione della terra battuta e l’erba sempre più lenta, Roland Garros e Wimbledon restano due pianeti piuttosto lontani. 

È difficile pensare a un match parigino in cui il servizio sia così determinante da impedire un break per ore, come invece può accadere a Londra. Ma al contempo proprio gli inglesi erano (e restano) i più fedeli alle tradizioni, i più restii nei cambiamenti. Il rispetto della tradizione, peraltro, è sempre stato uno dei motivi che hanno portato ai Championships l’ammirazione del mondo intero.

L’INSUPERABILE ISNER-MAHUT 

Il fascino dei match infiniti ha giocato un ruolo importante nell’epica del tennis, e questo è un dato innegabile. Il confronto più famoso, che coincide con il più lungo, è quello andato in scena sul campo numero 18 di Wimbledon tra il 22 e il 24 giugno del 2010, quando l’americano John Isner superò il francese Nicolas Mahut per 70-68 al quinto set, dopo undici ore e 5 minuti di una partita che sembrava non dovesse finire mai. 

Fu un caso limite, dove andò in scena una sorta di tempesta perfetta: l’erba molto rapida, due giocatori eccezionali al servizio e molto meno in risposta. Tuttavia, di altri esempi è piena la storia. L’Italia ricorda un 14-12 al quinto, nel 1991 agli Australian Open, subito da Omar Camporese contro Boris Becker. O, più di recente, un match condito da mille emozioni vinto da Lorenzo Giustino contro il francese Corentin Moutet al Roland Garros del 2020: 18-16 al quinto dopo sei ore e passa.

Percentualmente, questi incontri che terminavano con un long set non incidevano più di tanto sulle sorti di un torneo. Siamo attorno al due, tre per cento del totale: nel complesso una cifra che non fa la differenza. Il problema, però, era più legato all’immagine d’insieme: avere i quattro grandi tornei del circuito con quattro regolamenti diversi dava da un lato l’impressione di una divisione interna al mondo del tennis, dall’altro lato non aiutava l’approccio alle regole per i nuovi appassionati. 

Per essere attraente, uno sport deve essere prima di tutto facilmente comprensibile. Proprio queste due considerazioni hanno portato a una decisione importante, che per certi versi – se confermata nel lungo periodo – potrebbe diventare storica. Per la prima volta, i Major parlano con una sola voce.

GAUDENZI E IL TENNIS IN CERCA DI UNITÀ

Quando si è installato al vertice dell’Atp, l’associazione che gestisce il circuito professionistico, il faentino (ed ex davisman per l’Italia) Andrea Gaudenzi aveva posto proprio l’unità tra le varie sigle e tra i vari tornei come uno dei punti cruciali della sua presidenza. Il fatto che il mondo abbia attraversato (e stia ancora attraversando) uno dei momenti più difficili degli ultimi cento anni non gli ha facilitato il lavoro, ma questa presa di posizione degli Slam va esattamente nella direzione auspicata. 

Le reazioni dei giocatori – al momento – risultano piuttosto limitate, in quantità e nel tono. I problemi al momento sono altri, ma la maggior parte dei top players interpellati sono d’accordo sull’uniformità. Taylor Fritz, in particolare, appare tra i più entusiasti: “Credo sia una buona notizia per i fan e così pure per noi giocatori. Se avrò l’opportunità di giocare un tie-break del quinto, credo che mi divertirò”. Non è un caso, probabilmente, che la notizia sia vista di buon occhio dai cosiddetti big server, quelli che col servizio (e a volte con la risposta) costruiscono le loro vittorie.

LE STATISTICHE: BERRETTINI AL TOP

In realtà, però, il tie-break non è solo questione di colpi: è una soluzione veloce (non sempre, a dire il vero), ma nella quale la testa conta molto più della tecnica di esecuzione. Altrimenti personaggi come Ivo Karlovic e John Isner, giusto per citarne due, avrebbero vinto molto più di quanto hanno fatto nelle rispettive carriere. 

Per capire meglio il concetto, ci sono un paio di statistiche interessanti da mettere sul piatto. La prima è quella relativa ai migliori in battuta, dove ai primi cinque posti troviamo nell’ordine John Isner, Reilly Opelka, Roger Federer, Matteo Berrettini e Kevin Anderson. L’altra è quella che prende in considerazione i punti ‘under pressure’, dunque anche i tie-break: in questo caso, i migliori sono Rafael Nadal, Casper Ruud, Federico Coria, Matteo Berrettini e Novak Djokovic. Solo Berrettini, dunque, è presente in entrambe le graduatorie, a dimostrazione della solidità mentale – oltre che tecnica – del tennista romano. 

Anche prendendo in considerazione soltanto i risultati nei tie-break, vediamo che John Isner vanta una percentuale di vittorie del 63 per cento, Kevin Anderson del 50, Reilly Opelka del 64. Rafael Nadal vince invece il 70 per cento dei tie-break che gioca, Federico Coria il 72, Emil Ruusuvuori e Andreas Seppi il 66. E l’ultima sfida di Indian Wells, quella vinta proprio da Rafa su Opelka, è stata l’emblema di questo concetto: 7-6 7-6 in favore dell’iberico, a tratti travolto dalla potenza del pivot americano, ma capace poi di mettere la freccia quando contava davvero.