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Nadal si riprende la scena

Pubblicato il 13 gennaio 2022

Rafael Nadal era arrivato a Melbourne a fari spenti, ma il successo nel ‘250’ di apertura della stagione lo mette nuovamente al centro delle attese (e dei pronostici) per lo Slam australiano. Un torneo che lo spagnolo ha vinto solo una volta, tredici anni fa. Esordirà al primo turno degli Australian Open contro Giron.

Con il ciclone provocato dalla vicenda Djokovic, un po’ tutti stanno trascurando un nome che invece, agli Australian Open, potrebbe tornare ad appropriarsi della storia. Non solo della sua. Rafael Nadal, negli ultimi mesi, ha vissuto dietro le quinte. Prima di rientrare nel 250 di Melbourne era stato assente dal circuito per cinque mesi di fila, ma in realtà è dalla semifinale persa al Roland Garros (ovviamente, contro Nole) che non si parla più di lui nei termini adeguati, ossia di uno dei protagonisti del presente.

La fugace apparizione di Washington in agosto era stata solo l’anticamera di un lungo stop, provocato da quel problema al piede sinistro che ne ha condizionato gran parte della carriera. Quello stesso problema individuato a 19 anni e che secondo alcuni medici gli avrebbe dovuto impedire di vivere una carriera da professionista.

In più, Rafa si è pure preso il covid, in maniera abbastanza pesante seppur in definitiva senza conseguenze di rilievo. Ma nel frattempo la sua preparazione è stata ulteriormente ritardata. Nonostante tutto ciò, si è presentato al via della stagione 2022 con una determinazione feroce e con una condizione tutt’altro che precaria, tanto che il suo primo titolo dell’anno è arrivato immediatamente e senza perdere un set.

Se è vero che Ricardas Berankis, Emil Ruusuvuori e Maxime Cressy non sono tra i maggiori pericoli in un percorso verso lo Slam, è altrettanto vero che si tratta di tre personaggi da prendere con le molle, sui terreni veloci. Un Rafa fuori forma, in fondo, avrebbe potuto perdere da tutti e tre, come aveva ceduto a Lloyd Harris nel suo ultimo match del 2021. Invece il maiorchino ha trovato le prime risposte che cercava, e in attesa del suo esordio nel Major dei canguri ha ancora qualche giorno di tempo per affinare i dettagli.

I DUBBI, I RECORD, IL COVID

“Non sono abituato a farmi i complimenti da solo – ha spiegato Rafa all’Atp a margine della vittoria nel 250 di Melbourne – ma devo ammettere che questo titolo mi rende orgoglioso e mi soddisfa anche su un piano personale. Ho passato momenti complicati ma ho sempre continuato a guardare avanti con ottimismo, lavorando duramente”.

Al di là dei record che ormai continuano a essere ritoccati, come i 19 anni di fila con un trofeo Atp in tasca, c’è una forte componente simbolica nel vincere al rientro, in particolare mentre gli altri due compagni del triumvirato si trovano così in difficoltà: Roger Federer fermo in attesa di poter ripartire, Novak Djokovic in un limbo creato dalle proprie decisioni. “Si tratta di un inizio, non è certo la fine di un percorso di recupero – sostiene l’iberico – ma sono contento di quello che abbiamo fatto in questi giorni con il mio staff. I dubbi rimangono, non sono spariti, ma stiamo andando nella direzione corretta”.

L’infezione da coronavirus non è stata una passeggiata, per Nadal. “I primi quattro giorni sono stati difficili, avevo febbre alta e in sostanza non potevo muovermi. Poi attorno all’ottavo giorno ho provato a fare mezzora di esercizio per capire come reagiva il mio corpo. Quindi, dopo il tampone negativo, mi sono rimesso in sesto e sono ripartito, ma gradualmente. Ho deciso di volare in Australia soprattutto per una questione mentale: ho capito che per me rimettermi subito in gioco sarebbe stata la scelta migliore”.

GLI INFORTUNI DI NADAL

Del resto si tratta di una costante, nella carriera del maiorchino. Una carriera nella quale gli infortuni e i lunghi stop non sono affatto mancati. A parte il piede sinistro, parliamo di problemi alla schiena, alla spalla sinistra, al polso destro, alle ginocchia, al quadricipite, agli addominali. Ogni volta Rafa si è preso il suo tempo, dovendo anche rinunciare a eventi di prestigio (Slam compresi). Ogni volta ha saputo rientrare al momento giusto, senza forzare i tempi e adattandosi perfettamente a quello che il suo fisico gli chiedeva. Una dote che sembra di secondo piano e invece è determinante nella costruzione di una carriera così lunga. Una dote messa più volte in evidenza anche da colui che – sotto il profilo sportivo – lo conosce meglio di chiunque altro: zio Toni.

“Sono consapevole – ha spiegato Rafa – che quando si parla di me le aspettative sono sempre alte, per quella che è la mia storia, la mia carriera. Però io provo a osservare questo momento da una prospettiva un po’ diversa. E al momento non penso di potermi considerare uno dei protagonisti, per gli Australian Open. Ma le cose nello sport possono cambiare rapidamente, fra qualche giorno le sensazioni potrebbero essere differenti. Quello che devo fare io è farmi trovare pronto per le sfide che si presenteranno”.

I TRE BIG FERMI A QUOTA 20

Quest’ultima dichiarazione, per chi conosce la storia di Nadal e i suoi pensieri, suona vagamente minacciosa per tutti i suoi avversari. Da un lato c’è quell’umiltà che fa parte della natura del personaggio e che non può certo essere messa da parte a 35 anni. Dall’altra, c’è l’altrettanto naturale voglia di competere, di primeggiare, che non sparisce nemmeno con il procedere dell’età e con le vittorie. Tanto più che viviamo questa situazione così particolare, al vertice della storia: tre uomini a quota 20 Slam e nessuno di loro – per ragioni profondamente diverse – nelle migliori condizioni per andare oltre, mentre dietro spingono le nuove generazioni, ormai consapevoli del fatto che nessuno è invincibile.

Sarà un Australian Open da seguire con tanta attenzione. Con Nadal chiamato a fornire ulteriori risposte, rispetto a quelle della settimana passata. Al meglio dei cinque set potrebbero acuirsi le difficoltà fisiche, potremmo capire che davvero Rafa non stava bluffando, quando diceva di essere molto lontano dal top.

Però al meglio dei cinque lo spagnolo ci ha costruito una carriera, perché nella lotta, sulla lunga distanza, sa come far salire i giri del motore fino a che gli avversari non reggono, fino a che si arrendono sul piano fisico e mentale. Oggi – Djokovic a parte – ci sono Daniil Medvedev, Sascha Zverev, Stefanos Tsitsipas, ma pure Matteo Berrettini e Jannik Sinner, a poter dire la loro per alzare il trofeo di un Major. E la cautela di Rafa sta anche nel suo saper guardare la realtà. Strizzando l’occhio al sogno di azzannare comunque il trofeo, come quella volta, a Melbourne, nel 2009. Tredici anni fa.