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Berrettini, bandiera verde

Pubblicato il 21 giugno 2021

Che cosa ci dice il successo di Berrettini sull’erba del Queen’s in vista di Wimbledon? Che Matteo ha ragione: adesso per batterlo c’è bisogno di un avversario forte. E in forma. Anche sul verde, anche ai Championships.

Matteo Berrettini ha bandiera verde. Come quella che sventolano i commissari di gara sui circuiti automobilistici durante le gare. Ce l’ha in vista di Wimbledon, per andare a tutta velocità anche sui prati di Church Road. Ce l’ha per dire la sua fino in fondo, fin quando conta davvero, forte del quinto titolo ATP messo in bacheca, il primo della categoria 500. La vittoria del romano sull’erba del prestigioso Queen’s Club di Londra, ci dice principalmente questo. Che anche su questa superficie il tennis del Top 10 azzurro è maturo per macinare risultati. E avversari. Senza stare a fare troppi calcoli di superficie, abitudine che per la verità l’Italia del tennis contemporanea si è lasciata alle spalle, dimenticata in un passato di tennisti avvezzi al rosso e al rosso (quasi) soltanto.

ERBA DI CASA… NOSTRA

Niente di più distante da quanto sta succedendo oggi. Oggi che comunque sulla terra i nostri si difendono ancora alla grande, oggi che sul cemento siamo pericolosissimi, come non perdono occasione di ricordare, a turno, lui e gli altri. E oggi che incameriamo titoli ATP perfino sull’erba. A livello di movimento, di tennis italiano, la vittoria in finale di Matteo Berrettini su Cameron Norrie, mancino di sua Maestà ma nato a Johannesburg, ci dice proprio questo. Ma a livello individuale ci dice anche di più. Musica per le orecchie di tutti: conferma che quanto espresso a parole e anticipato nei fatti dal romano nelle scorse settimane corrisponde a verità. Come ha detto lui stesso, per batterlo, “ci vogliono avversari forti e pure in forma”.

IMBATTIBILE NOLE?

Il pensiero di tutti, a risentire l’eco di queste parole rilanciata dall’incavo del coppone londinese (nessun italiano lo aveva mai conquistato), non può che finire al match del Roland Garros contro Novak Djokovic. Lui sì, in questo momento – indiscutibilmente – il più forte di tutti. Il ricordo nitido della rimonta tentata e accarezzata, mutilata sul più bello anche dall’interruzione per ragioni di coprifuoco imposta dalle scelte dell’organizzazione. Djokovic certo, lo spauracchio di tutti lanciato più che mai – a maggior ragione dopo il forfait di Nadal in ottica Wimbledon – per la ricerca del Sacro Graal, quel Grande Slam che in un anno olimpico come questo potrebbe assumere perfino tinte dorate. Come quello, storico, di Steffi Graf in campo femminile. Certo, il favorito che punta a chiudere tutte le porte in faccia alle speranze altrui all’All England Club ha lo sguardo spiritato del serbo. Per questo le ambizioni degli altri, Berrettini compreso, devono sempre tener conto di questa congiunzione astrale.

IN PRIMA FILA

Resta il fatto, in ogni caso, che per conquistare il titolo del Queen’s, così prestigioso non solo per la location in cui si gioca ma anche per la tradizione (la prima edizione è datata 1884), Berrettini ha inanellato una serie di vittorie di personalità e di predominanza fisica e tecnica da metterlo, in ottica Championships, per lo meno sullo stesso livello dei vari Sascha Zverev, Stefanos Tsitsipas e Daniil Medvedev. Vale a dire, per vari (e diversi) motivi, tra i più caldi del momento. Ovviamente uno, se non due gradini sotto al Cannibale di Belgrado. Ma comunque in prima fila, in cerca di pista libera. La bandiera verde per spingere al massimo l’ha già avuta.