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Parigi: Djokovic fa 19 (in attesa dei 20)

Pubblicato il 14 giugno 2021

Djokovic, con la vittoria al Roland Garros, si porta a meno uno da Federer e Nadal quanto a Slam vinti. Ma ci sono pochi dubbi sul fatto che sia proprio il serbo, il migliore di sempre nella gestione del proprio fisico e delle emozioni. Per due set, Tsitsipas ci ha creduto, poi è bastato un break per cambiare tutto. Quota 20 già a Wimbledon?

Per due set, abbiamo persino pensato che fosse proprio questa, la partita che poteva cambiare in maniera definitiva la storia degli ultimi 15 anni di tennis. Quella in grado di far prendere al circuito una strada diversa dal dominio dei Fab 3. Nei tre successivi, abbiamo capito che sarebbe stato meglio concentrarsi su un altro tema, o meglio su una domanda, mai davvero tramontata nonostante sia sostanzialmente impossibile giungere a una conclusione: chi sarà il ‘goat’, ossia il migliore di sempre, alla fine di questa epoca infinita? Novak Djokovic, battendo Stefanos Tsitsipas in cinque set nella finale del Roland Garros, ha trionfato per la seconda volta sulla terra di Parigi, mettendo a referto lo Slam numero 19 della sua carriera. Uno soltanto in meno, rispetto al duo Federer-Nadal. Con Wimbledon alle porte, l’aggancio potrebbe essere questione di settimane. A quel punto, per avere una risposta, bisognerebbe dunque tirare in ballo altre ragioni, oltre ai numeri.

IL GOAT DELLA MENTE E DEL FISICO

Al di là della questione, che interessa molto i tifosi ma che non sposta la sostanza dell’eccezionalità di questi tre lustri e di questi tre campioni leggendari, la finale del Roland Garros 2021 ha probabilmente già assegnato all’attuale numero 1 del mondo un primato inscalfibile persino dagli altri due: è il serbo, più di Federer e Nadal, il ‘goat’ della testa e della preparazione fisica. È lui che nei momenti più difficili riesce a trovare nel proprio serbatoio delle energie tali da neutralizzare gli avversari. È esattamente questo, che è accaduto al povero Tsitsipas: è stato neutralizzato, per giunta nel suo momento migliore. Galvanizzato dai primi due set, soprattutto da un secondo giocato in maniera straordinaria, il greco aveva già l’acquolina in bocca. Del resto la stagione l’aveva preparata alla perfezione, si era preso il titolo di Monte-Carlo e aveva vinto più di chiunque altro sul mattone tritato. Solo che questa non era una partita come le altre e al di là della rete c’era lui. Quello che quando vede un’opportunità ci si avventa e non molla più la presa.

UN BREAK PER CAMBIARE TUTTO

È bastato un break piccolo piccolo, in avvio di terzo parziale, per far avvertire a tutti una sensazione netta: la partita stava cambiando, malgrado l’impegno di Tsitsipas si mantenesse encomiabile. Una volta conclusa questa minima ma decisiva svolta, il favorito è tornato a essere Djokovic, che ha condotto in maniera magistrale fino al 5-4 del quinto, dove ha gestito con un sangue freddo inumano il game più duro e importante dell’intero confronto. Il greco ha chiuso nero di rabbia, perché stavolta per almeno tre ore ha creduto davvero di poter diventare lui, il padrone. Mentre Nole, uscito indenne pure da una scivolata decisamente pericolosa, ha sfoderato il suo miglior sorriso, ma senza urlacci e senza isterismi, bensì con quella calma che gli arriva dalla considerazione di aver quasi sempre saputo, in carriera, emergere da trionfatore laddove c’era la battaglia. Parigi, che a lui si è inchinata per la seconda volta, restava lo Slam più duro, per la presenza del cannibale Nadal. Ma stavolta persino quell’incubo è stato scacciato via da – parole del vincitore – una delle partite più belle della sua carriera. E allora, tutto sommato, rimontare nell’ultimo atto non è nemmeno stata l’impresa più grande.

NOLE FAVORITO PER WIMBLEDON

Con Nadal addirittura in dubbio, con Federer che mantiene punti interrogativi non da poco in merito alla sua condizione, a Wimbledon il favorito sarà di nuovo lui. Novak ha pochissimo tempo per smaltire le tossine di queste due settimane che lo hanno senz’altro provato, fisicamente ed emotivamente. Ma è proprio in questi settori così determinanti per il tennis moderno, che lui ha non una ma due, tre, quattro marce più di chiunque altro. Non sa cosa sia la frustrazione, si dimentica nel giro di un secondo qualsiasi tipo di errore, finanche il più eclatante. E non rimane mai senza benzina. Di fronte a ragazzi di dieci o quindici anni più giovani, è stato il serbo a mantenere alta l’andatura per tre ore o per quattro, come nella finale. Perché non si tratta soltanto di gestione del fisico, degli allenamenti e della propria salute, ma anche di come tutte queste cose riescono a interagire con la mente e con le emozioni. Chiunque vorrà detronizzarlo, dalla poltrona di numero 1 o da uno Slam, avrà bisogno di essere all’altezza su quel piano, più che su quello tecnico.