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Zverev deluxe, Madrid è sua

Pubblicato il 9 maggio 2021

Non è bastato un primo set straordinario, non è bastato tanto coraggio. Matteo Berrettini ha perso la sua prima finale di un Masters 1000, finendo per essere rimontato da Alexander Zverev sulla terra di Madrid. Ma è difficile dare colpe, al romano, per la sconfitta. Difficile e, in fondo, ingiusto. Perché sono molti di più i meriti del suo avversario, apparso deciso durante tutto l’incontro a perseguire una tattica ben precisa: non lasciare mai – quando possibile – l’iniziativa all’azzurro, a costo di prendersi molti rischi e a costo di commettere qualche errore. Berrettini è andato comunque vicinissimo a una vittoria che sarebbe stata la più prestigiosa della carriera, ma nei momenti cruciali ha pagato (soprattutto col rovescio, che rimane il colpo meno sicuro) una fase difensiva certamente evoluta rispetto al passato, ma ancora suscettibile di miglioramenti.

IL PRIMO SET: TIE-BREAK INFINITO

Matteo è il primo a portarsi avanti di un break nel set di apertura, ma perde subito il servizio rimettendo in partita Zverev, che non aspettava altro per dare una scossa alla sua serata. Entrambi servono bene, nel complesso, e l’equilibrio non si rompe nemmeno negli scambi da fondo, spesso più lunghi di quello che ci potrebbe aspettare da due giocatori con queste caratteristiche in condizioni piuttosto veloci. Così si arriva al tie-break, con il romano che vola sul 5-0, combinazione di scelte azzeccate e di un paio di regali altrui. Finita? Nemmeno per idea. Zverev si riporta sotto con quattro punti consecutivi, poi affronta due set-point ma li annulla entrambi. La battaglia ormai è di nervi, più che tecnica o tattica. Eppure Berrettini, contrariamente al suo avversario, conserva la lucidità per servire in maniera efficace quando è davvero necessario: sulla palla set per il tedesco (sul 7-6) e su quella in proprio favore (sul 9-8). Dei 96 punti giocati, i due ne hanno vinti 48 a testa, ma è stato l’azzurro a portare a casa quelli decisivi.

IL SECONDO SET, UN BREAK CAMBIA TUTTO

Tuttavia è chiaro che non sia finita qui. Zverev continua a crederci, pur mantenendo un andamento apparentemente non lineare: quando prova ad accelerare, a volte eccede, ma in questa partita è difficile parlare di errori ‘non forzati’. Il concetto di ‘gratuito’ andrebbe rimodellato, quando si tiene un ritmo così alto, quando quasi tutti gli errori da una parte e dall’altra sono dettati da un’idea, dalla volontà di fare qualcosa per rompere gli schemi al rivale e togliergli sicurezza. Non c’è un vero momento del secondo set, almeno fino alla parte conclusiva, in cui si abbia la sensazione che qualcosa stia cambiando. Matteo scricchiola una prima volta nel settimo game, ma è nel nono che arriva il break decisivo. Stavolta il tedesco non si fa pregare troppo, va a servire e chiude il parziale. Siamo al terzo, senza un padrone di una partita che rimane apertissima. Con Zverev tra il concentrato e l’irritato, e Berrettini un po’ calato sotto il profilo dell’attenzione, altissima almeno per un set e mezzo.

IL TERZO SET: L’OCCASIONE MANCATA

Il momento chiave, invece, è evidente nella terza frazione. Sul 2-1 in suo favore, il romano conquista una palla break che potrebbe lanciarlo verso il titolo, ma il tedesco gli batte sul rovescio, attacca in contropiede e si prende il quindici. Lì, probabilmente, le certezze di Matteo diventano dei grossi punti di domanda. Lì c’è palpabile, per la prima volta dopo due ore, la sensazione che l’inerzia sia decisamente passata dalla parte del finalista degli Us Open 2020. Salvato quel turno di servizio, Zverev si prende il break nel game successivo e non lo molla più, arrivando per la seconda volta ad alzare al cielo un trofeo che aveva già conquistato nel 2018, quando aveva compiuto uno straordinario percorso netto superando in finale Dominic Thiem. Considerato che a Roma, nel 2017, aveva timbrato il suo primo ‘Mille’ in carriera, ci sarà da tenerlo d’occhio molto da vicino durante la settimana del Foro Italico.