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Il tennis oltre il buio

Pubblicato il 3 maggio 2021

Il tennis oltre il buio Davide è ipovedente. Ama il tennis, ma fino a poco tempo fa gli pareva un amore impossibile, di quelli destinati a lasciare un segno indelebile e allo stesso modo tanti rimpianti.

Fin da bambino, una malattia agli occhi gli ha impedito di vedere il mondo come facevano i suoi coetanei, gli ha impedito di coltivare quella passione per la racchetta, forte almeno quanto quella per il calcio. Però Davide è uno che non si arrende. Così si informa, cerca una soluzione. E, malgrado la visione continui a peggiorare col passare del tempo, questa soluzione la trova. Scopre che il tennis, disciplina che proprio della vista fa (in teoria) uno strumento necessario, si può praticare anche in un altro modo. Scopre, in particolare, il ‘blind tennis’, ossia quello sport che è fatto su misura per quelli come lui, per permettere a chi non vede o a chi possiede una visione limitata di emozionarsi e di competere inseguendo una pallina.

IL TENTATIVO DI AGASSI

Proprio in quella pallina, si nasconde il segreto: i sonagli che stanno all’interno sono la guida, il dettaglio che consente a Davide e ai suoi compagni di presentarsi in campo e di giocare. Dando vita a partite che sono un esempio per tutti. Un esempio di tenacia, di attenzione e di passione. I ragazzi del blind tennis devono sviluppare una coordinazione motoria e delle qualità di equilibrio sconosciute a chi si può vantare dei suoi ‘dieci decimi’. Per rendersene conto, non è nemmeno necessario provare di persona. Basta andare a cercare in rete un video di Andre Agassi – per inciso, uno dei giocatori col miglior tempo sulla palla nella storia – che prova a cimentarsi nella disciplina parente stretta del ‘suo’ tennis: benda sugli occhi, non centra una sola volta la pallina. Troppo, il lavoro necessario per affinare l’istinto, per abituare l’orecchio e per coordinarlo con i movimenti necessari a eseguire il colpo. Troppo, anche per una leggenda.

ISTINTO, UDITO E SENSAZIONI

Insieme a Davide c’è Andrea, cieco dalla nascita. Prima della pandemia, accompagnava i curiosi che volevano vivere un’esperienza ‘al buio’, una cena o un caffè, o più semplicemente due chiacchiere. Un’esperienza che un po’ tutti dovrebbero fare, per rendersi conto che non sempre vedere il mondo e le persone soltanto con gli occhi aiuta a comprendere davvero, nel profondo, ciò che si ha di fronte. Anche Andrea è innamorato del tennis, dei suoni e delle sensazioni, delle vibrazioni della pallina sulle corde della racchetta. Il tennis, Andrea, non lo ha mai potuto vedere. Eppure lo può sentire, lo può vivere. Chi lo allena, a bordo campo, gli dà soltanto delle rapide indicazioni. Il resto lo fa lui: lo fa il suo istinto, la sua determinazione. In Italia, come Davide e come Andrea, ci sono una cinquantina di ragazzi che attraverso il blind tennis cercano un modo diverso di fare sport. Un modo tremendamente difficile e altrettanto affascinante. E per loro, adesso, c’è un obiettivo che prima non c’era.

DA TOKYO, SPORT OLIMPICO

A partire da Tokyo, il blind tennis entrerà a fare parte ufficialmente della famiglia degli sport paralimpici. Un inizio – come da regolamento – che avrà a fianco l’etichetta di ‘disciplina dimostrativa’, per poi fare il passo definitivo a cinque cerchi a partire dai Giochi di Parigi 2024. Davide e Andrea, e con loro tutti quelli che hanno una riserva infinita di coraggio e di pazienza, si metteranno al lavoro con i rispettivi allenatori per inseguire quel sogno che si portano con loro sin da quando erano bambini. Un sogno che probabilmente in tanti, allora, avranno ritenuto impossibile, la più innocente delle utopie. Un sogno che invece, adesso, ha delle basi concrete su cui poggiare. Ci saranno forse delle medaglie da mettere al collo con tanti bei brividi da lasciar scorrere lungo la schiena, e altrimenti ci sarà un percorso di crescita e di formazione che meriterà di essere vissuto fino in fondo, per far capire a tutti quanto sono inconsistenti, a volte, i nostri (presunti) limiti.

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