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Sinner da mille e una notte

Pubblicato il 3 aprile 2021

Bublik aveva detto che Sinner non è umano. Invece Jannik umano lo è, ma nel senso migliore del termine. Umano perché pensante, umano perché capace di imparare dai propri errori e di farne dei punti di forza. Umano nel suo genuino sorriso, un’espressione che mescola l’umiltà delle sue montagne e la consapevolezza di valere un tesoro. La finale di Miami è un altro capitolo di una storia che non vediamo l’ora di leggere.

No. Uno così davvero non lo abbiamo mai avuto. Uno che rende facili delle faccende maledettamente complicate. Uno che gioca l’ultimo game dell’incontro come se fosse il primo. O meglio, che trova proprio in quel game, di fronte a uno dei giocatori più solidi del Tour, l’apice della sua prestazione. Il tutto, vale sempre la pena ricordarlo, a 19 anni. Jannik Sinner sta riscrivendo la storia del tennis italiano e da Miami si porterà in dote uno dei capitoli più importanti, a prescindere dall’esito di una finale estremamente complessa che lo attende al cospetto del polacco Hubert Hurkacz. Perché di fronte a Roberto Bautista Agut, per Jannik, la sfida era di quelle toste: il recente scontro diretto di Dubai poteva far pensare a un match possibile, quasi a un Sinner favorito. Invece la posta in palio e l’impetuosa crescita di condizione dell’iberico nascondevano insidie di non poco conto. Insidie che peraltro si sono materializzate spesso, durante il confronto. Fin dal primo set perduto al dodicesimo game, che a un giocatore normale avrebbe fatto l’effetto di un anestetico. Oppure sul 3-3 e 0-40 del secondo, a un passo dal precipizio. O ancora nei primi game del terzo parziale, con un break in favore dell’iberico che rischiava di compromettere tutto il faticoso inseguimento. Invece è accaduto che Jannik ha sempre ripreso in mano il filo del discorso, sempre con lucidità, sempre con una disarmante capacità: fare ciò che serve nel momento opportuno. Una dote che – più di ogni altra – ha fatto esclamare al simpatico Bublik l’ormai famosa frase: “Tu non sei umano”.

COME AGASSI, NADAL E DJOKOVIC

Umano invece lo è, Jannik, nel senso migliore del termine. Umano perché pensante, umano perché capace di imparare dai suoi errori e di farne dei punti di forza. Umano nel suo genuino sorriso, un’espressione del volto che mescola l’umiltà radicata nelle sue montagne e la consapevolezza di valere un tesoro. Non ce ne accorgiamo grazie a Miami, di tutto questo, ma da Miami si entra in un’altra dimensione. Da lunedì parleremo di un top 10 (o un top 5) della Race, di un top 20 (o quasi, dipenderà dalla finale) in una classifica mondiale comunque condizionata dalle regole dettate dalla pandemia, e che al momento non può rispecchiare in toto i veri valori del circuito. Uno come Sinner, oggi, vale talmente tanto che per rendersene conto è meglio dare un’occhiata a quelli che – prima di lui – hanno raggiunto l’ultimo atto del ‘Mille’ della Florida senza avere ancora compiuto vent’anni: parliamo (tenetevi forte) di Andre Agassi, Novak Djokovic, Rafael Nadal. Ora, questo non vuol dire che Jannik possa diventare un fenomeno al pari degli altri tre, sotto il profilo dei risultati. E se la stampa (compresa quella mainstream) ormai lo celebra come il Messia, è stato lui stesso ad abbassare i toni in una curiosa inversione dei ruoli: “Non è una settimana – ha detto in sostanza l’altoatesino – che costruisce una carriera”. Fatta la premessa, bisogna pure essere obiettivi e vedere quello che adesso è sotto gli occhi di tutti: di personaggi così, nel mondo dello sport, ne nascono pochi. E se Riccardo Piatti e lo stesso Sinner devono continuare a predicare umiltà, chi ammira questo gioiello non può fare altro che sognare.

PATRIMONIO DI TUTTI

La carriera di un giocatore è sempre condizionata da una quantità di variabili che non è possibile né quantificare in partenza (sì, in fondo siamo ancora alla partenza), né valutare in maniera approfondita prima di aver attraversato tutte le esperienze del caso. Per adesso ci affidiamo ai numeri e alle sensazioni, ed entrambi ci dicono che siamo di fronte a qualcosa di anomalo, non solo nella storia del tennis italiano, ma pure nella storia del tennis in generale. Se poi questa piacevole anomalia troverà una continuità tale da arrivare agli Slam, ai trofei che la gente ricorda, alle prime due o tre posizioni mondiali quando ancora siamo a pieno titolo nell’epoca dei Fab 3, allora potremo dire di averci visto giusto. Potremo dire che stavolta, per una manciata di chilometri, il fenomeno è nato (finalmente) dalla parte giusta del confine. Che poi, avanti di questo passo, Jannik diventerà patrimonio di tutti, mica di un solo Paese.