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Federer c’è: ritroviamo la grande bellezza

Pubblicato il 10 marzo 2021

Ha battuto Daniel Evans, è rimasto in campo oltre due ore e ha dimostrato di essere già sulla buona strada per competere con i migliori. Ma soprattutto, Roger Federer ci ha restituito un tempo prezioso: quello fatto della bellezza dei suoi gesti. Di fronte ai quali nessun appassionato può restare indifferente.

L’uomo ha (quasi) 40 anni e i capelli da ragazzo, come direbbe Ivano Fossati, ma soprattutto ha una voglia di giocare, di divertirsi, di stupire, che è davvero – senza retorica – quella di un ventenne. Roger Federer è tornato in campo a Doha, davanti agli emiri del Qatar, dopo 405 giorni di assenza dal Tour, e lo ha fatto con una prestazione convincente, spazzando via in fretta i dubbi che accompagnavano lui e in fondo tutti noi, orfani del Migliore di sempre nell’anno più difficile delle nostre vite. Certo un po’ di ruggine si è vista, in una manciata di occasioni. Ma Roger ci ha riso sopra (letteralmente e di gusto), per esempio quando ha lisciato una palla comoda da colpire al volo che gli avrebbe permesso di chiudere il set di apertura.

EVANS KO, COME NEL 2017

Poi si è rifatto serio, il basilese, ha confezionato un passante di rovescio delizioso e con quel parziale vinto al tie-break, dopo aver pure annullato un set-point, si è liberato il braccio da qualche inevitabile domanda, rimasta sospesa negli ultimi mesi di preparazione. Sì, perché Daniel Evans non era un avversario comodissimo per cominciare, malgrado i quattro precedenti tutti favorevoli a Sua Maestà (senza set concessi) e malgrado il britannico in avvio potesse vantare lo stesso appeal dello sposo al matrimonio, mentre tutti gli invitati attendono la sposa. Però Dan – che curiosamente Roger aveva trovato come primo rivale pure al rientro nel 2017 – è uno che ha talento, sa giocare in attacco e sa mettere pressione. Ci ha provato anche stavolta, con tutta la sua buona volontà, ha vinto un set ma non è bastato per andare oltre al ruolo di sparring di lusso, seppur al termine di due ore e ventiquattro minuti di una bella battaglia.

LJUBICIC IN TRIBUNA

Che poi, diciamoci la verità. Anche se avesse perso, la star sotto i riflettori a fine partita sarebbe comunque rimasta lui. Roger non aveva l’obbligo di vincere, perché ormai Roger di obblighi non ne ha più nei confronti di nessuno. Eppure lui, di verde (speranza) vestito, si è affacciato col piglio di quello che fa sul serio, al di là dei sorrisi un po’ beffardi comparsi sul suo volto come smorfie al cospetto degli errori più banali. Intanto è approdato a Doha con Ivan Ljubicic e Severin Lüthi, il coach di oggi e quello di sempre. Poi ha fatto capire di voler fare un vero e proprio rodaggio in piena regola, mettendosi alla prova in ogni settore del gioco. Senza limitarsi a fare le cose semplici o quelle utili ai fini del singolo punto. Un ragionamento corretto, in prospettiva futura, che riassume ciò che l’elvetico ha messo in pratica fin qui in due decadi di una carriera inimitabile.

LA PRIMA NELLA PANDEMIA

Questo Roger, che per la prima volta abbiamo visto con la mascherina d’ordinanza, per la prima volta abbiamo visto in campo nella pandemia che ci ha cambiato il mondo sotto agli occhi, ha ancora parecchio da dire. È questa la risposta più bella che arriva dal suo ennesimo esordio. Le rughe sul volto di un uomo che ha vissuto sette vite (sportive) non sono un segnale di resa. Tutt’altro. Sono un segnale di un tesoro, nascosto dentro alla sua esperienza e alle sue ambizioni ancora intatte, malgrado i traguardi e i record conquistati fin qui. Vederlo liberare quei colpi liquidi, descritti meravigliosamente come un’esperienza religiosa dalla penna di David Foster Wallace, è qualcosa per cui vale la pena fermarsi e investire tempo. È un’esperienza che cambia la percezione del gesto sportivo e che ci riconcilia con la bellezza. Che poi abbia anche vinto, che poi vinca ancora, quello è persino secondario.