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Medvedev, Karatsev e i tesori nascosti di Russia

Pubblicato il 17 febbraio 2021

Daniil Medvedev domina il derby con Andrey Rublev e raggiunge il connazionale Aslan Karatsev in semifinale. Talento e voglia di emergere portano in paradiso la Russia, un Paese ricco di tesori nascosti spesso poco valorizzati.

L’ultima partita l’ha persa a Vienna a fine ottobre dello scorso anno, due set lottati contro Kevin Anderson. Poi, Daniil Medvedev è tornato a essere la sua versione migliore, quella macchina da punti che avevamo già imparato ad ammirare nell’estate del 2019, e che poi è riapparsa a periodi alterni. Battendo Andrey Rublev nel quarto di finale fra i due migliori giocatori russi, Daniil ha raggiunto quota 19 vittorie consecutive tra Parigi Bercy 2020 e gli Australian Open in corso a Melbourne. Non poche, considerato pure il fatto che tra gli sconfitti figurano nomi di un certo peso: Novak Djokovic, Rafael Nadal, Dominic Thiem, Alexander Zverev (tre volte), Matteo Berrettini. La straordinarietà di Medvedev sta nello sviluppare un ritmo talmente elevato, un tennis di incredibile sostanza, con una tecnica poco convenzionale ma apparentemente con pochi sforzi. O almeno, con meno fatica di quella che devono mettere i rivali per stare al passo. L’esempio migliore è giunto proprio dal quarto di Melbourne. Da un lato lui, Daniil, pronto a replicare gli stessi schemi  all’infinito. Dall’altro Rublev, affaticato al solo pensiero di dover iniziare un altro scambio e di dover soffrire come non mai per conquistare un quindici. Inevitabile che alla fine prevalga, in chi subisce tale trattamento, la frustrazione. Un sentimento che prende parecchi, al cospetto di questo zar così poco incline – nelle sue giornate migliori – a lasciare speranze a chi si trova di fronte.

LA SVOLTA GRAZIE A DARIA

Quando cominciò a frequentare il Tour maggiore con una certa regolarità, a Medvedev veniva riconosciuta una qualche forma di talento, ma nessuno si azzardava ad accostargli la parola ‘campione’. Men che meno, riusciva facile pronosticargli un futuro stabile nel momento in cui si esibiva in uscite discutibili, in comportamenti che lo rendevano pure un po’ antipatico, come quando lanciò delle monetine sotto la sedia dell’arbitro in un maldestro tentativo di protestare contro una decisione a suo dire sbagliata. A sentire chi lo conosce bene (e a sentire pure quello che dice lui stesso), è servita una donna, la moglie Daria, per cambiarne la carriera e il destino. È stata lei, ex giocatrice di discreto livello, a fargli capire che non doveva sprecare quel dono che la natura gli aveva dato, quello di rendere semplice ciò che per altri era tremendamente complicato. È stata lei a indirizzarlo verso quelle prime posizioni del ranking mondiale che invece Daniil non pensava davvero di valere. Adesso appare lui il più in forma di quelli rimasti in gara per il primo Major stagionale, adesso nessuno si sorprenderebbe di vederlo alzare al cielo quel trofeo che rappresenterebbe un’ultima – probabilmente definitiva – svolta nella sua vita sportiva.

KARATSEV, DA ISRAELE A MINSK

Medvedev rischiava, non avesse trovato in fretta la quadra fra gioco, testa e motivazioni, di rimanere un tesoro nascosto. Quello che è accaduto per anni a un suo connazionale che in queste stesse due settimane sta trovando il modo di sorprendere il mondo a suon di botte da fondo e di vittime illustri. Il nome e il volto indemoniato di Aslan Karatsev stanno facendo il giro delle prime pagine di mezzo mondo, in un racconto che sembra uscito dal libro delle favole e che invece è soltanto lo specchio delle difficoltà di tanti tennisti alle prese coi circuiti minori. Karatsev ha 27 anni, dunque non è un bambino, ma la sua vicenda assume un altro significato pensando che ha passato gli ultimi tre lustri a cercare di capire qual era il luogo ideale per raggiungere il suo sogno. Ha cominciato da Israele, patria adottiva della famiglia, poi è tornato a Mosca, quindi è volato in Germania (Halle), in Spagna (Barcellona), ed è finito a Minsk, in Bielorussia. Un luogo che non appare l’ideale per costruire un giocatore di alto profilo, e che invece per lui è diventato il luogo della svolta, grazie anche al coach Yahor Yatsyk. Trovare la strada ideale, nel tennis, è un’impresa un po’ per chiunque. Per i russi, però, è persino più difficile. Perché nel Paese più grande del mondo, dove il tennis rimane uno sport di enorme popolarità, di talento ce n’è sempre in abbondanza, solo che spesso manca tutto il resto: in particolare, il supporto economico e logistico nel momento più delicato, quello dell’approccio al mondo dei pro. Chi ha i mezzi per cercare vie alternative, ci prova. Tanti altri restano tesori nascosti. Come sarebbe accaduto ai giovani Medvedev e Karatsev in una vita parallela meno fortunata.