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Daniil Medvedev, elogio del tennis atipico

Pubblicato il 23 novembre 2020

Daniil Medvedev è lanciato verso un futuro da possibile numero 1. Eppure il suo tennis così atipico, per molti, va contro alle regole non scritte dell’estetica. Ma cosa è bellezza, nel tennis? C’è davvero qualcosa di giusto e di sbagliato? Dobbiamo prendere solo Roger Federer e pochi altri, come termine di paragone?

Daniil Medvedev ha vinto le Atp Finals battendo Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem, è numero 4 del mondo ma non è affatto lontano dal numero 2. E soprattutto, nella sua testa, ha un solo obiettivo: arrivare al vertice. Eppure, i commenti principali dal momento in cui ha messo a terra l’ultimo quindici nella O2 Arena deserta, sono stati riservati al suo tennis. Alla sua atipicità, al suo essere poco convenzionale rispetto ai canoni, al suo essere persino brutto. Ma brutto rispetto a cosa? Atipico rispetto a chi? La questione si presta a una riflessione profonda. Perché è vero, i gesti hanno una loro rilevanza, i movimenti del tennis sono come una danza, che può piacere o non piacere. Ma non sarebbe giusto prendere Roger Federer e decidere che tutto ciò che si discosta da lui sia sbagliato, poco corretto, contro la storia.

IL DIRITTO (SBAGLIATO) DI NADAL

La verità, in effetti, è più vicina alla tesi opposta: Federer che mette tutti d’accordo vincendo in quel modo, incantando coi suoi gesti armoniosi e fluidi, è una rarità non solo oggi, ma pure se prendiamo in considerazione l’intera storia della disciplina. Senza andare troppo lontano nel tempo, possiamo dire che ci sia qualcuno – nelle scuole di ogni angolo del mondo – che insegna a giocare come Rafael Nadal? Si può provare a imitarlo, certo, qualcuno lo fa (con scarsi risultati), ma il suo diritto è sbagliato (secondo i manuali) oltre che tremendamente efficace. Quel diritto mancino che termina la sua corsa sopra la spalla sinistra e che gli ha garantito buona parte delle sue fortune, secondo la tecnica classica non dovrebbe nemmeno esistere, è una forzatura che fa parte di un bagaglio personale non replicabile. Come non replicabili erano il servizio di John McEnroe, lo schiaffo al volo di Andre Agassi, il rovescio di Guga Kuerten, le aperture di ‘Gattone’ Mecir e il gioco di rete di Stefan Edberg. Potevano piacere o meno, ma erano unici, erano anarchici. Poi, il tempo ha cancellato i dubbi in merito alla loro legittimità tecnica, invitando a ricordarli come esempi di talento immenso, piuttosto che come gesti da non imitare.

UN GENIO A MODO SUO

Daniil Medvedev, a fine carriera, probabilmente farà parte di questa schiera. Perché il russo trapiantato in Francia, col suo apparente inestetismo e con la personalizzazione di ogni singolo colpo, a suo modo sa essere geniale, mai banale. E riesce a produrre una varietà di tennis, in ogni zona del campo, che è rimasta sconosciuta a tanti potenziali avversari dei top players negli ultimi tre lustri. Il moscovita non si può considerare una sorpresa: lo scorso anno, dall’estate in avanti, aveva inserito una marcia tale da rendere tremendamente difficile tenere il suo passo. Quest’anno, in mezzo alla pandemia, aveva perso stimoli (a causa di una sensibilità evidente, ancorché mai del tutto presa in considerazione da chi lo valuta) e aveva perso pure le sue poche sicurezze, al punto che in tanti erano già pronti a richiuderlo nel cassetto dei bluff, di quelli che avevano ballato una sola annata, prima di tornare a pedalare nel gruppo.

LA BELLEZZA DELLA FANTASIA

Non è così, non sarà così. Che piaccia o meno, Medvedev è destinato a rimanerci, lassù, malgrado la sua natura tipicamente russa, che lo metterà spesso a dura prova nel momento in cui sarà necessario trovare continuità, accanto alle punte di rendimento. Medvedev che si approccia alla palla tutto sbilenco, sghembo nei colpi e nei pensieri, per alcuni può essere più divertente di un Djokovic o di un Nadal. Senza per questo che la persona in questione debba essere tacciata di lesa maestà. Nel tennis non c’è nulla di giusto o di sbagliato a prescindere. E la bellezza di questo sport sta proprio nelle infinite personalizzazioni, in quella fantasia che non ha limiti e che non si deve piegare ad un unico esempio.