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Filosofia Grisha

Pubblicato il 18 settembre 2020

10 anni fa al posto di Sinner c’era lui: da ragazzino Grigor Dimitrov era considerato il campione del futuro, tanto che per alcuni era addirittura il nuovo Federer. Visto che non è andata così, adesso ha sviluppato una sua filosofia sui tanti giovani, come Jannik o Musetti, che puntano in alto.

Lui sa come ci si sente. Quando non aveva ancora vent’anni, Grigor Dimitrov era circondato di gente che gli diceva che sarebbe diventato il nuovo Federer. “Me lo dicevano in ogni circostanza, in ogni momento”. Per questo, dall’alto dei suoi 29 anni e della sua barba ormai folta, Grisha sa che ognuno deve fare il suo percorso, in santa pace. Vale per Jannik Sinner, che ha battuto negli ottavi di finale degli Internazionali BNL d’Italia (anche) per colpa di uno smash sciagurato affossato in rete dall’azzurro al 5° match point, come vale per Lorenzo Musetti e per tutti gli altri teenager in rampa di lancio. “Il tennis è cambiato tanto in questi dieci anni, è molto più fisico e più duro, però alcune cose restano uguali”, spiega con l’intonazione di chi ne ha viste e passate tante tra quei campi e nelle players’ lounge di tutto il mondo. “Se penso a me stesso a quell’età ricordo che non avevo un muscolo, ero pelle e ossa. Avete visto Jannik? Fisicamente è già bello tosto, ha delle ottime gambe. Certo, deve ancora migliorare ma la base è ben diversa dalla mia e di quelli della mia generazione. Noi non eravamo attrezzati per confrontarci con i big del momento”.

 

COM’È CAMBIATO IL TENNIS

Adesso è diverso. E loro, i più esperti, devono fare i conti con i ragazzini all’attacco. Come del resto dovrà fare ancora lui al prossimo turno a Roma, dove se la vedrà con il canadese Denis Shapovalov, già n.14 del ranking nonostante i suoi soli 21 anni.  “Il fatto di avere così tanti giocatori giovani e competitivi nel circuito ha scompaginato le carte”. Dipende dal fatto che i giovanotti sono baldanzosi e spregiudicati: “Sono molto ben sviluppati muscolarmente, non hanno nulla da perdere, giocano a braccio sciolto e mente libera, mentre la pressione finisce tutta sugli altri”. I quali hanno comunque buoni armi con cui difendersi: “Per nostra fortuna, abbiamo l’esperienza dalla nostra. E anche una certa dose di consapevolezza. Il fatto di esserci passati più e più volte da determinate situazioni ci rende le cose più semplici. La mia vittoria contro Sinner negli ottavi è figlia anche di questo”.

 

QUANDO SI DIVENTA CAMPIONI

Ma il filosofo interpreta il passato per dare un senso al futuro. E il futuro di questi ragazzi? “Mi rifiuto di dare etichette, non so chi e come diventerà un campione. Sinner, per esempio, solo il tempo ci darà risposte, sicuramente è sulla strada giusta perché il percorso che sta facendo con Riccardo Piatti è ottimo”. La massima è dietro l’angolo: “Non puoi dire di essere un campione finché non lo diventi. Lo dicevano anche di me alla sua età, ma io preferisco che le cose facciano il loro corso, nessuno dovrebbe stare a sentire certe affermazioni”. Anche perché il viaggio è lungo e pieno d’insidie. “Il tennis non è uno sprint, è una maratona. E ognuno ha il suo percorso da fare per arrivare dove sogna e dove può”. Intanto, questa piccola schiera positivamente assatanata si fa sempre più numerosa: “In questa fase della mia carriera apprezzo molto il genere di match che ho giocato contro Jannik, una volta mi rendevano più nervoso. Ma ce ne saranno sempre di più nel circuito da affrontare andando avanti”. Se la tendenza è questa, di necessità si fa virtù.

 

IL METODO BIG THREE

Il primo quarto di finale a Roma del bulgaro n.22 Atp dopo la semifinale del 2014 e le tre eliminazioni premature tra 1° e 2° turno nelle ultime tre partecipazioni, rappresenta pure l’occasione per fare un bilancio di sé e del percorso proprio. “Si arriva a un punto della vita in cui cominci a capire quali sono le cose giuste da fare e quali da evitare, arrivare a un torneo con il giusto anticipo, passare qualche ora in più in campo per limare determinate cose”. Tutti dettagli che possono fare la differenza tra un’eliminazione frettolosa e una lunga permanenza in un tabellone: “Basta far caso a come si comportano fenomeni come Federer, Nadal o Djokovic nei primi turni. È dura vederli soffrire o uscire, perché riescono a portare subito la loro intensità a livelli massimi. A quel punto, una volta che hanno preso velocità e ritmo, è dura fermarli nelle fasi avanzate di un torneo, anche per i giocatori più in forma. L’intensità è tutto”. Come la filosofia che si apprende sul campo.