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La notte dei miracoli (e delle follie) agli US Open

Pubblicato il 5 settembre 2020

Tsitsipas che manca 6 match-point lasciando la partita a Coric, Shapovalov che rimonta Fritz e domina al quinto, Mannarino che ottiene il via libera per giocare solo dallo Stato di New York: agli Us Open non è stata una giornata noiosa.

“You don’t know! You-don’t-know!”. Il furioso ‘non lo sai’ gridato da Stefanos Tsitsipas a papà Apostolos, il quale in seguito ha deciso di eclissarsi nella parte alta della tribuna, è il simbolo della nottata più assurda di questo Us Open già decisamente poco ordinario. E pensare che era solo il terzo set, in un match contro Borna Coric che di lì a poco sarebbe diventato prima un’ipotesi di trionfo, poi una mezza tragedia. Il greco, fin lì impeccabile nel torneo, si era portato avanti per due set a uno e per 5-1 nel quarto. Pareva in totale controllo, tecnico, tattico e mentale. Invece le certezze sono scivolate via insieme ai match-point, sei in totale: due sul 5-3 e addirittura quattro nel game successivo, con l’aggravante del servizio a disposizione. Solo in un paio di occasioni, Stefanos ha poco da rimproverarsi ed è stato Coric a prendersi il punto con coraggio. Il resto, al contrario, è stato un esempio perfetto di suicidio tennistico, che nemmeno il ritorno ‘a vista’ di papà Apostolos (per l’ultimo dei match-point) è riuscito a scongiurare.

I MERITI DI CORIC

Coric, beninteso, ha dei meriti enormi per essere rimasto appeso più con la speranza che con la logica a una partita ormai pressoché sfuggita di mano nel quarto parziale. Si è messo a fare, il croato, l’unica cosa possibile in quel momento: giocare un punto alla volta e sperare che l’altro non inventasse un vincente. Tsitsipas lo ha graziato, lui si è preso tutto. E da quando ha rimesso il set in parità, è cominciato un match nuovo. Il greco non ne è uscito, da questo incontro nell’incontro, ma allo stesso tempo non era più quello della prima parte di gara. Con quei sei match-point a ronzargli nel cervello come le zanzare che non lasciano dormire. È servito un tie-break per dirimere la faccenda, per consegnare gli ottavi al croato e per bocciare le ambizioni del 22enne di Atene, che ha talento sì, ma che troppo spesso negli Slam si scioglie alle prime difficoltà.

LA RIMONTA DI SHAPOVALOV

La notte dei miracoli non ha coinvolto soltanto questa sfida. Prima ancora, Denis Shapovalov aveva rimesso in piedi per grazia ricevuta un confronto durissimo contro Taylor Fritz. Senza match-point di mezzo, ma ugualmente con una buona dose di pathos. L’americano è stato tradito dal servizio quando si è trovato a condurre per 5-3 nel quarto parziale, è arrivato più volte a due punti dalla chiusura ma il canadese gli ha sempre sbattuto la porta in faccia. Fino al tie-break terminato 7 punti a 5 e a un quinto parziale dominato. Il fatto che Shapovalov maturi e diventi via via più consapevole del suo enorme potenziale, anche attraverso questi incontri fatti di alti e bassi, è un’ottima notizia per il tennis in cerca di nuove icone. Con tutto il rispetto per Fritz (un altro che qualcosa di importante nella vita lo vincerà) tra i due a livello estetico c’è un abisso.

MANNARINO PRIGIONIERO

L’ultima follia della notte più pazza del 2020 tennistico non è arrivata dal campo, bensì da fuori. Mentre Alexander Zverev si ‘preparava’ alla sfida con Mannarino prendendo il sole a torso nudo sulle tribune, si materializzava un misterioso ritardo nell’arrivo del francese, uno dei tanti coinvolti nell’affaire Benoit Paire, risultato positivo al coronavirus e dunque escluso dal torneo. Una volta sceso in campo, Mannarino ha tolto un set al tedesco prima di arrendersi in quattro parziali, mentre nel frattempo cominciavano ad arrivare le prime notizie in merito alle due ore e passa di attese e rinvii. La disputa sulla partecipazione o meno di Mannarino era fra la Usta e lo Stato di New York, che evidentemente ha cercato e preteso rassicurazioni dopo che il transalpino era stato isolato in una sotto-bolla per paura del contagio. Persino Novak Djokovic si era mosso per dare una mano, cercando di scoprire quale fosse il problema, per poi capire che non sarebbe stato risolto se non da una decisione indipendente dai governi del tennis. “Sapevamo – ha chiosato il serbo – che qualcosa di strano sarebbe successo venendo a New York”. Una notte così, però, va oltre ogni aspettativa.