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Cincinnati 2020, il torneo con l’asterisco

Pubblicato il 23 agosto 2020

Non si contano le incognite legate a questa edizione del Masters 1000 di Cincinnati, trasferito a New York per entrare nella bolla anti-covid. Da un Djokovic che cerca rivincite ad avversari tutti da verificare. Ma l’unica cosa che conta, in fondo, è che il circuito riparta dopo 160 giorni di attesa.

Finirà che al vincitore di questo torneo dovremo mettere a fianco un asterisco grosso così. E i motivi sono talmente tanti che non si possono nemmeno citare in maniera esaustiva in poche righe. Cincinnati 2020, in realtà, non è nemmeno Cincinnati. È un Masters 1000 che si è trasferito a New York (su decisione della Usta che del torneo è proprietaria) per entrare in quella bolla che è ormai divenuta parola imprescindibile – e concetto necessario – nel tennis post-pandemia. Tuttavia, nella bolla fatta di covid-manager, tamponi e spazi blindati, non ci saranno tutti, ed ecco un secondo ottimo motivo per apporre l’asterisco di cui sopra. Non ci sarà un personaggio che quel torneo lo ha vinto sette volte, Roger Federer, e passi visto che la ragione – ufficialmente – è il recupero dalle due operazioni al ginocchio. Non ci sarà Rafael Nadal, e in questo caso l’assenza non può passare in cavalleria perché la causa del forfait del maiorchino è esattamente quella che i suoi fan temevano da mesi: una (legittima) paura del contagio. Proprio lo zio ed ex coach di Rafa, Toni, ha messo l’accento nei giorni scorsi sulla legittimità delle paure, e dunque delle scelte, di ognuno di noi. Ha ragione, zio Toni: nessuno ha il diritto di giudicare una persona, incluso un campione, in merito ai suoi timori più o meno privati. E in questo momento, se un atleta non se la sente di viaggiare, deve avere il diritto di farlo senza sentirsi in colpa.

LE INCERTEZZE DEI BIG

Quell’asterisco grosso così, però, riguarda anche coloro che a Cincinnati – pardon, a New York – ci saranno. Riguarda i Djokovic e i Thiem, riguarda i Berrettini e i Medvedev. Quanti, in questo momento, metterebbero la mano sul fuoco per dire che tutti quei top 10 dalle sicurezze pronte all’uso in periodo pre-covid, riusciranno a mostrare subito una condizione – tecnica, fisica e mentale – da top 10? Quanti sono pronti a scommettere sul fatto che uno come Djokovic non finisca per soffrire in qualche modo la mancanza del pubblico e quindi l’energia che ne deriva? Qui non c’entra il concetto di tifo pro o contro, il concetto è un altro ed è legato alla differenza che corre tra uno stadio pieno e uno stadio vuoto. A New York, in questo Masters 1000 che è un po’ una prova generale in vista degli Us Open, non saranno utilizzati i due campi principali destinati allo Slam, ma non è che il Grandstand si possa considerare un catino per pochi intimi. Intendiamoci: è giusto che si riparta ed è sacrosanto che negli Stati Uniti lo si faccia senza pubblico. Ma anche la gente sugli spalti, in eventi come questi, è una componente che influisce sugli attori del gioco e dunque sul risultato finale.

160 GIORNI DI ATTESA

Il sorteggio del main draw ha messo Nole nella stessa metà di Medvedev, ma prima di arrivare a una possibile semifinale col russo, il serbo avrà i suoi bravi grattacapi con gente come Auger-Aliassime, Shapovalov, Goffin o Coric. Mentre Thiem, Zverev, Tsitsipas e Berrettini (oltre a Andy Murray) sono finiti in una parte bassa che almeno per i quattro favoriti riporta un’età media ai confini del Next Gen. Scorrendo tutti questi nomi così diversi per caratteristiche e storia, vien da chiedersi se alla prova del confinamento avranno resistito meglio i talentuosi oppure i giocatori abituati a soffrire. Sarà un test sociologico, oltre che tennistico, e per questo sarà tutto ancora più intrigante. Ma in fondo il vero motivo per cui quell’asterisco, negli anni a venire, lo vedremo come una benedizione, è che questo Cincinnati (che Cincinnati non è) rappresenta il ritorno del Tour maggiore dell’Atp dopo oltre cinque mesi. O se preferite dopo 160 interminabili giorni di sospensione, a partire da quel giovedì 12 marzo nel quale Indian Wells fu bloccato sul nascere. A prescindere dai risultati che arriveranno, dalle prestazioni più o meno brillanti dei protagonisti, dal pubblico che non ci sarà e da tutte le incognite che ancora il tennis si troverà ad affrontare nell’immediato futuro, ripartire è la cosa migliore che potessimo sperare e che potessimo chiedere a questa estate così complicata.