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Roberto Carretero, una settimana da Dio

Pubblicato il 14 luglio 2020

Durante il torneo di Amburgo del 1996 accadde qualcosa di impensabile. Un ventenne di Madrid con un fisico da culturista, Roberto Carretero, cominciò a tirare pallate pesanti come pietre e travolse tutto e tutti. Per una settimana si scoprì campione, poi crollò sotto le aspettative di quel trionfo. Una storia che non ha paragoni nel tennis moderno. 

Ci sono settimane e tornei che sfuggono a ogni regola e a ogni logica. Ci sono giocatori che ‘in the zone’, come la chiamano gli anglofoni, possono essere capaci di qualsiasi impresa. Siamo ad Amburgo, anno 1996, quando ancora il torneo tedesco è nell’élite del circuito, tra quelli che oggi chiameremmo Masters 1000 e con due milioni di dollari come montepremi. Ci sono Boris Becker e Yevgeny Kafelnikov, Carlos Moya e Andrei Medvedev, Marcelo Rios e Goran Ivanisevic. Ci sono tutti i grandi specialisti della terra battuta. E poi c’è un tizio, tal Roberto Carretero Diaz da Madrid, che esce indenne dalle qualificazioni. Roberto non è un predestinato e non è nemmeno uno su cui la Federazione del suo Paese vuole investire. Del resto in Spagna ci sono già personaggi come Albert Costa, Sergi Bruguera, Alex Corretja o Alberto Berasategui, oltre a Moya e a tanti altri giovani che stanno emergendo sull’onda di un movimento in clamorosa espansione. Carretero, seppur abbia solo 20 anni, è semplicemente uno dei tanti che remano alle spalle del gruppo dei leader.

PALLATE COME PIETRE

Però ci sono settimane in cui cambia tutto, in cui gli astri si allineano per fare in modo che succeda qualcosa di impensabile. Amburgo 1996 è proprio una di quelle settimane lì. Carretero si trova perfettamente a suo agio su quella terra così particolare, parecchio umida per via del clima piovoso del Nord Europa e però al contempo poco adatta – in teoria – a chi fa della regolarità. Tanto che nelle edizioni precedenti si erano imposti Edberg, Stich e Medvedev, non esattamente dei regolaristi. Nemmeno Roberto, per essere chiari, è un regolarista. È soltanto spagnolo, il che non implica necessariamente che debba essere stato plasmato come i connazionali. Sul rosso tedesco, nel 1996, il 20enne di Madrid esibisce un tennis di una pesantezza inaudita, nel senso che la sua palla viaggia a velocità notevoli e – cosa ancora più importante – ha la stessa consistenza della pietra. Se ne accorge anche il principino Kafelnikov, che dice testualmente di non aver mai dovuto affrontare dei colpi così pesanti in vita sua.

ROTAZIONI ESASPERATE

Carretero ha un fisico quasi da culturista, lontano dai modelli del tennista, lontano anni luce da quelli del tennista elegante. Eppure vince, durante quei giorni di maggio. Rischia contro l’altro iberico Jordi Arrese, all’esordio nel main draw, prima di spuntarla al tie-break. Successivamente comincia il suo show, lasciando un game all’americano MaliVai Washington, che di lì a poche settimane sarebbe arrivato in finale a Wimbledon. Quindi cadono uno dopo l’altro il francese Arnaud Boetsch, l’austriaco Gilbert Schaller e appunto Kafelnikov, travolto in semifinale. Ad aspettarlo all’ultimo atto c’è Alex Corretja, che con Carretero condivide la passione per il servizio in kick e per le rotazioni esasperate. Alex comincia meglio, sembra poter dominare. Ma quella è la settimana di Roberto, sta scritto negli astri e non c’è campione in grado di rovesciare il destino. Finisce 2-6 6-4 6-4 6-4, con il ragazzo di Madrid che non crede ai suoi occhi e non sta nella pelle.

LA FINE DEL SOGNO

Sembra l’inizio di una carriera da star, invece è la fine. La vittoria come apoteosi e come crollo. Nel successivo torneo di Roma, a fermarlo al primo turno c’è un altro che quanto a potenza non ha nulla da invidiare a nessuno: Mark Philippoussis. Poi per lo spagnolo comincia un periodo da incubo. Proiettato in una dimensione che forse non è la sua, o che forse semplicemente fatica a dominare sotto il profilo mentale, si perde in mille dubbi e i suoi colpi non incidono più. Il diritto non fa così male, il kick non è così esasperato, il rovescio a una mano diventa sempre più incerto. Le sconfitte, ogni volta, sono una stilettata al morale che piano piano evapora e lascia posto alle domande, a una in particolare: “Sarò ancora in grado di vincere qualcosa che conta?”. La risposta è già fin troppo evidente nel momento in cui si formula il pensiero. No, Roberto, non ci saranno altri Amburgo sulla strada. Tutto si congela al numero 58 Atp, ai 680 mila dollari vinti in carriera, la maggior parte dei quali guadagnati in sette giorni. Sarebbero arrivati due titoli Challenger, nel 1999, ma nulla che potesse davvero rilanciarlo in quel paradiso tennistico a cui lui sognava di poter appartenere.