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Wimbledon 1987: apoteosi Cash

Pubblicato il 30 giugno 2020

Coronò il suo sogno nel 1987, quando vinse Wimbledon dando a Ivan Lendl il dispiacere più grande. Ma Pat Cash era soprattutto uno dei giocatori più amati dal pubblico, non per le sue vittorie ma per il suo tennis, sempre votato all’attacco.

Si può essere amati dal pubblico anche senza vincere 15 Slam. E a volte ne basta uno solo per conquistare il mondo. È quello che accade a Pat Cash, anno di grazia 1987, Wimbledon come palcoscenico. Ivan Lendl già pregusta quel trionfo ai Championships che stava diventando l’incubo della sua carriera: non sa ancora, Ivan il terribile, che quella sarebbe stata l’ultima vera chance, ma forse in cuor suo già lo avverte e la tensione che ne deriva non gli dà una mano. Cash, per contro, è lanciato sull’onda più alta della vita: diverte, vince, trascina gli spettatori – persino quelli un po’ ingessati del Centre Court – dentro a un mondo fatto di attacchi e di tuffi, di sorrisi e di piccoli miracoli. Lendl ne esce tramortito, senza capire molto di quei tre set conclusi troppo presto. Per Pat è il primo Slam, che resterà pure l’unico della carriera. Ma è uno Slam speciale: l’Australia torna in vetta nel torneo più prestigioso a 16 anni di distanza dalla fine dell’epoca d’oro, quella di Rod Laver e John Newcombe. I miti che Cash si godeva da bambino, seduto sull’erba a pochi metri da loro.

RIMPIANTO AUSTRALIAN OPEN

Anche la sua, tuttavia, era un’epoca straordinaria. Erano gli anni Ottanta di Edberg e Becker, di Connors e Lendl, di McEnroe e Wilander. Ma anche di altri fenomeni che, come Pat, magari vincevano meno ma sapevano trovare la strada per far breccia nel cuore e nella mente di chi assisteva ai loro match: Henri Leconte, Yannick Noah, Miloslav Mecir, giusto per citarne alcuni. “Eravamo in tanti – ricorda oggi Pat – e ognuno con un suo stile ben definito, in pochi si somigliavano e anche quando le caratteristiche erano comuni, c’erano sempre dei tratti distintivi che rendevano unici i protagonisti. Le superfici poi, a quel tempo, erano tutt’altro che omologate: pressoché ogni settimana cambiava la velocità dei campi e sapersi adattare in fretta era una dote fondamentale”. L’erba era il suo habitat naturale, non a caso l’unico Major arrivò ai Championships. Ma in realtà Cash si sapeva reinventare anche altrove, meglio se su un cemento rapido come quello piazzato a Melbourne dopo il 1987. Un cemento sul quale però non sarebbe andato oltre la finale, e che sarebbe diventato – parole sue – il più grande rimpianto.

DUE VOLTE DAVIS

Cash si fece amare anche per il suo attaccamento al proprio Paese, che trascinò per due volte al successo in Coppa Davis, nel 1983 e nel 1986. Nella prima occasione divenne pure il giocatore più giovane a giocare l’ultimo atto della manifestazione, un record rimasto intatto fino all’arrivo di Rafael Nadal. “Quando rappresenti un’intera nazione – ha spiegato – non puoi fingere che la pressione non esista. Ma in quel caso riuscii a gestirla nel modo corretto, anche perché conoscevo bene il campo di Kooyong”. Ovviamente, un campo in erba. Pat perse all’esordio, lottando, contro Mats Wilander, ma nella terza giornata dominò Joakim Nystrom consegnando l’Insalatiera all’Australia. Da quel momento, in patria, divenne una sorta di eroe nazionale. Ma non gli servì troppo tempo per farsi voler bene pure altrove, con quella fascia a scacchi bianchi e neri lanciata al pubblico in occasione di ogni vittoria. Cominciò tutto nel 1985 a Wimbledon – e dove sennò – e da lì in poi divenne una bella abitudine: “Ne ho lanciate a migliaia, era il mio modo per ringraziarli tutti”. Cash è diventato nonno all’età di 44 anni, quando la figlia Mia diede alla luce una bambina. Ha una famiglia allargata, fatta di tanti amori e di alcuni addii, plasmata sempre e comunque dallo stesso entusiasmo che metteva sul campo da tennis. “Oggi mi diverto con i miei figli e con i miei nipoti – racconta l’icona aussie – ma ho tanti altri interessi, dal mio sito all’insegnamento, fino alla beneficenza: cerco di aiutare le cause che mi stanno a cuore, nel tennis e oltre”. Sono in molti, fin da adesso, a doverlo ringraziare.