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Kafelnikov, poker face

Pubblicato il 26 maggio 2020

Il Roland Garros del 1996 fu il suo torneo perfetto. Ma Evgeny Kafelnikov non era affatto quel cannibale che poteva sembrare quando a 22 anni diventava eroe nazionale di Russia. Preferiva di gran lunga l’azzardo alla normalità, sul campo e nella vita, tanto da dedicarsi al poker dei pro. Una passione che diventò ossessione, da cui si liberò trovando nel golf una nuova oasi di serenità.

Quel Roland Garros del 1996 fu il suo torneo perfetto. In quelle due settimane non ebbe rivali, perse un solo set su sette incontri e in finale tenne a bada gli attacchi di Michael Stich in una partita ad alto tasso di eleganza. Evgeny Kafelnikov, da professionista, era un principe dannato, uno di quelli che ‘avrebbero potuto fare molto meglio solo se…’, dove al posto dei puntini di sospensione si potrebbero mettere mille motivi diversi, dall’atteggiamento alla preparazione atletica, fino alla concentrazione nei momenti clou. Eppure parliamo di un personaggio che non si è mai risparmiato, nemmeno in doppio. Uno che vinceva il primo Slam a 22 anni, e che a 25 avrebbe raggiunto la prima poltrona del ranking mondiale. Una carriera, quella del russo nato a Sochi, veloce come il suo diritto ma quanto mai disordinata. Gli capitava spesso di perdere subito, nei tornei che gli interessavano poco, e a un certo punto nessuno si sorprendeva più. Si aspettava semplicemente che gli tornasse la voglia, che allora sarebbero stati dolori per tutti.

UN ROLAND GARROS ANOMALO

Nel maggio del 1996, a Parigi, non è facile identificare un favorito. Lui è tra i cinque o sei che sulla carta partono con qualche vantaggio, ma nessuno sano di mente scommetterebbe troppi soldi sul fatto che il ‘Principino’ possa alzare il trofeo. La terra dell’epoca è una superficie lenta, non a caso negli anni precedenti avevano trionfato Sergi Bruguera (doppietta) e Thomas Muster, due che quando c’era da correre e da soffrire non temevano rivali. Ma quella volta i risultati vanno in tutt’altra direzione. Nei quarti ci arrivano Sampras, Courier, Krajicek, Kafelnikov, Karbacher, Rosset, Pioline e Stich. Terraioli puri pervenuti: zero. E solo Courier ha messo il naso in finale, in precedenza, vincendo due titoli tra ’91 e ’92. Un torneo anomalo non poteva che avere una conclusione anomala. Kafelnikov passa prima sui resti di un Sampras provato dalle maratone giocate in precedenza, poi neutralizza a furia di passanti e geometrie le ambizioni dell’Airone Stich. Infine si prende persino il doppio (con il fido Daniel Vacek), in sostanza cannibalizza quello Slam.

EROE DI RUSSIA

È il momento in cui la Russia trova un eroe nazionale inatteso. Una settimana dopo, Boris Eltsin sarebbe stato rieletto Presidente della Federazione per la seconda volta, e proprio da Eltsin arriva immediatamente un messaggio di congratulazioni per il Principino trionfante al Roland Garros. Il primo Capo di stato dell’epoca post-sovietica è anche un grande appassionato di tennis, sport che in quegli anni diventa popolare persino lì. Kafelnikov non era il primo tennista di valore, venuto da quelle terre, ma diventa il primo personaggio a uscire dai confini della propria disciplina entrando di prepotenza dentro la società. “Mi riconoscevano tutti, in patria – avrebbe detto anni dopo – e capivo di poter essere un esempio per chi voleva affrontare un percorso agonistico. Capivo di aver lasciato un segno nella gente”.

IL POKER E IL GOLF

I suoi successi sul campo non furono sufficienti a permettergli di creare attorno a sé un’esistenza serena. E probabilmente lui, il diretto interessato, non la voleva nemmeno. Preferiva di gran lunga l’azzardo alla normalità. Non a caso, durante il torneo di Monte-Carlo, passava ore al tavolo da gioco infischiandosene amabilmente di quello che potevano pensare gli altri. Fossero giornalisti, tifosi o colleghi. Faceva le ore piccole aspettando l’uscita del rosso o del nero, a volte incassando somme ingenti, a volte perdendo buona parte dell’assegno conquistato con la partita vinta il giorno prima. Poi la mattina dopo tornava in campo, si allenava come se nulla fosse, e al pomeriggio poteva battere il malcapitato di turno dando l’impressione di non dover nemmeno impregnare la sua polo di sudore. Che a un Principino come lui non avrebbe donato. Il poker, non la roulette, diventò la sua passione nel post-carriera. Una passione che diventò persino professione, ma che in fondo si rivelò troppo dispendiosa, in termini economici e di immagine. Così l’ultimo amore è il golf. Dove non è un campione, ma dove ha trovato quella serenità che non sapeva nemmeno di voler inseguire.