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Marc Rosset, la Svizzera prima di Federer

Pubblicato il 21 maggio 2020

Nacque una prima volta a Ginevra nel 1970. E una seconda volta a New York nel 1998, dopo aver deciso di non salire sul volo che lo avrebbe dovuto riportare a casa, e che si schiantò nelle acque canadesi provocando la più grande tragedia dell’aviazione svizzera. Marc Rosset, tra i giocatori più simpatici del Tour, era un ‘big server’ da terra battuta. Sul rosso vinse il suo primo torneo, proprio a Ginevra, ma soprattutto l’Oro olimpico a Barcellona nel 1992.

“Tenete presente che avete di fronte un fantasma”. Andrei Medvedev amava fare battute e non riuscì a trattenersi nemmeno quella volta. Marc Rosset, uno dei suoi migliori amici nel Tour, stava parlando coi giornalisti e tentando di spiegare loro perché fosse ancora vivo, perché avesse deciso di rinviare il viaggio di ritorno da New York a Ginevra. Dagli Us Open che aveva appena abbandonato, sconfitto all’esordio da Dominik Hrbaty in tre set, a casa sua. In realtà una risposta ragionevole non c’era e non poteva esserci, quella decisione di posticipare il volo non era spiegabile a parole. Si trattava di uno Swissair 111, ospitava 229 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio, e il 2 settembre del 1998 precipitò nelle acque dell’oceano nei pressi di Peggy’s Cove, in Nuova Scozia, Canada. Nessuno si salvò. Fu la peggiore tragedia dell’aviazione svizzera. Per qualche ora infinita, Rosset rimase a camminare più allampanato che mai per l’albergo che lo ospitava, per la città di New York. “Sento come se fossi nato di nuovo”, disse infine.

UN BOMBARDIERE DA TERRA

Marc Rosset era nato per la prima volta a Ginevra il 7 novembre del 1970, e sempre a Ginevra aveva centrato il primo titolo di una carriera tanto stramba quanto lui. Nove anni prima dell’inizio di quella seconda vita, nel settembre del 1989, il ragazzotto che tutto il circuito chiamava simpaticamente ‘Pippo’ (per via dei 201 centimetri di statura, dei piedoni enormi e di un’andatura a metà tra lo svogliato e l’indolente) superò il terraiolo argentino Guillermo Perez Roldan in due set facendo felici amici e parenti che lo guardavano dalla tribuna. Marc era giocatore da veloce se ce n’è uno: servizio devastante, diritto esplosivo e costante ricerca dell’attacco. Eppure, per qualche strano motivo vinse parecchio di più sulla terra. Meglio se particolarmente lenta. Come a Ginevra quella volta, o come alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992. L’Oro lo volevano personaggi come Sampras, Muster, Becker, Courier, Chang. Invece in finale ci arrivarono Rosset e Jordi Arrese, il rematore spagnolo che un anno prima ero divenuto famoso per aver bocciato le ambizioni di rientro nel circuito di Bjorn Borg.

IN SEMIFINALE A PARIGI

Fu una maratona di oltre cinque ore, con il pubblico tutto dalla parte di Arrese, catalano doc che a Barcellona era cresciuto e non poteva pensare a un’occasione migliore per ripagare l’affetto della sua città. Invece quel match – che poi Arrese non avrebbe più voluto rivedere – si chiuse con un 8-6 al quinto in favore dell’elvetico, capace di tenere i nervi saldi fino all’ultimo quindici. Sempre sulla terra battuta, quattro anni più tardi, ‘Pippo’ colse il risultato più prestigioso della carriera in uno Slam. Al Roland Garros di Parigi superò il connazionale Jakob Hlasek ma soprattutto Stefan Edberg, poi rimontò due set al tedesco Bernd Karbacher e in semifinale si arrese a Michael Stich. Negli altri Major, non sarebbe mai andato oltre i quarti di finale, centrati in Australia nel 1999. Dodici mesi più tardi, a Marsiglia, Rosset incrociò pure il destino di Roger Federer, facendo piangere il giovane emergente dopo averlo sconfitto per 7-6 al terzo in finale. A fine match, lo accolse a rete con un sorriso, con un abbraccio e con un bacio sulla fronte, dicendogli che di finali ne avrebbe vinte tante, ma tante più di lui. In una bella storia fatta di risultati straordinari, tra cui un best ranking di numero 9 al mondo e una finale di Davis persa con gli Stati Uniti in Texas, non c’è spazio per nessun rimpianto. Caso mai per un ringraziamento rivolto al cielo, o al destino, o a chiunque gli abbia voluto consegnare una seconda vita, quel giorno di settembre del 1998.