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Roma amarcord: 2017, rivoluzione Zverev 

Pubblicato il 15 maggio 2020

Sulla rivoluzione che si consumò a Roma nel 2017, in tanti provarono a metterci la firma. L’unico a riuscirci, però, fu Alexander Zverev. Sascha si prese il suo primo titolo importante e un posto tra i top 10, ma quello che sembrava un fenomeno di solidità mentale si rivelò in seguito ancora troppo fragile per insidiare il dominio dei Fab 3.

A Roma nel 2017, tra gli uomini, si fece la rivoluzione. Ma se alla fine fu Alexander Zverev a ribaltare l’ordine costituito, prima di lui ci provarono in tanti. Ci provò Fabio Fognini, soprattutto, trascinato da un pubblico che stava già cominciando a pregustare un italiano protagonista nel fine settimana. Fabio annientò Andy Murray, campione uscente, ma nel match successivo contro Zverev già non era lo stesso giocatore. Lo avremmo scoperto solo dopo, il motivo. La mente del ligure era con Flavia Pennetta e col piccolo Federico, che sarebbe nato poche ore più tardi. Fabio perse in due set e volò immediatamente dalla moglie, arrivando in tempo per accogliere con lei il loro piccolo miracolo. Ci provò John Isner, a fare la rivoluzione, dall’alto dei suoi due metri e passa. A furia di ace e di tie-break (sette giocati, sei vinti), riuscì persino a trovare posto in semifinale: contro Sascha ne vinse un altro, di tie-break, ma non bastò. L’ultimo rivoluzionario mancato risponde al nome di Dominic Thiem: straordinario contro Rafa Nadal, spento da un Djokovic chirurgico.

UNA VITTORIA DA TOP 10

Così rimase lui, Alexander Zverev detto Sascha, russo nell’anima e tedesco nel passaporto. Poco appariscente, non un esempio di simpatia, meno ancora un trascinatore di folle. Eppure quella settimana si scoprì bello e vincente, laddove in precedenza di titoli pesanti non ne erano arrivati. Nulla e nessuno sembrava poterlo scalfire: passò indenne sotto le cannonate di Raonic e Isner, poi si dimostrò persino più efficace di Djokovic nel fare a botte da fondo. Il rovescio incantava, il diritto teneva il ritmo, il servizio faceva il suo. Non c’era molto altro, in quel tennis robotico da futuro remoto, ma era più che sufficiente per far saltare il banco. Nel 6-4 6-3 povero di emozioni confezionato quel pomeriggio, in molti pensarono a Zverev come all’erede designato delle leggende che ancora stavano dominando il Tour. Aveva compiuto vent’anni da un mese, cominciò il torneo romano da numero 17 e lo chiuse da top 10. La sua dote pareva la testa, mentre quella fragilità che sarebbe emersa in seguito al contatto con i Major, fin lì non si poteva intuire.

ESPLOSIONE INTERROTTA

Le stelle, nel frattempo, cominciavano a preoccuparsi. E ad attrezzarsi. Proprio a Roma, Djokovic annunciò che avrebbe cominciato a lavorare con Andre Agassi, un altro dei super coach tanto in voga nel circuito. La Next Gen sembrava non più soltanto un azzeccato progetto di marketing, ma una realtà concreta capace di ambire agli Slam. Fu un pensiero azzardato, una necessità di ricambio confusa con una rivoluzione permanente. Il lampo di Zverev restò un lampo, appunto, anche se poi il ragazzo si sarebbe installato stabilmente lassù tra i migliori, pur senza riuscire a decollare nei grandi appuntamenti. Eccezioni? Sì, ma poche: Montreal, Madrid, le Finals del 2018. In mezzo, tante delusioni in forma di Slam, almeno fino all’Australia del 2020, con una semifinale che faceva presagire qualcosa di importante in arrivo. La pandemia ha fermato tutto, anche la sua progressione, ma Sascha in fondo ha soltanto 23 anni e il meglio lo deve ancora dare. Sperando che i demoni apparsi nei mesi scorsi e ricacciati indietro con fatica, restino nascosti il più a lungo possibile.