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Roma amarcord: nel 2008 la prima di Djokovic

Pubblicato il 11 maggio 2020

Roma 2008 fu il torneo dei ritiri, ma fu soprattutto il torneo di Novak Djokovic, al primo grande trionfo sulla terra. Contro Stan Wawrinka, rimontò un set e vinse al terzo, mostrando di poter essere un numero 1 anche sulla superficie della fatica.

Dopo tanto Nadal, arrivò lui. Novak Djokovic, del resto, con l’Italia aveva un legame speciale. In gioventù aveva vinto parecchio, da noi, e al suo angolo si era pure seduto per un breve periodo il migliore dei nostri coach, il comasco Riccardo Piatti. Di più: Jelena, la sua compagna, viveva e studiava a Milano, sponda Bocconi. E ci fu persino un momento, a sentir lui, in cui accanto al suo nome sarebbe potuta spuntare la bandierina tricolore. Così, quando nel 2008 Nole conquistò il Foro Italico, non fu una sorpresa bensì la chiusura di un cerchio: dal titolo Under 14 centrato al Tc Sanremo al successo negli Internazionali BNL d’Italia, per una carriera che ormai era sbocciata al punto da portarlo a due passi dal numero 1. Quella del 2008, tuttavia, è ricordata anche come l’edizione dei ritiri, con un due su due in semifinale: vittime Radek Stepanek da una parte e Andy Roddick dall’altra, per un totale di dieci game giocati in totale. Ma ci fu pure un ritiro fantasma, quello di Rafael Nadal, rimasto in campo per onorare l’impegno di secondo turno contro Juan Carlos Ferrero, pur con un piede sanguinante.

WAWRINKA TOP 10

Così il possibile poker del maiorchino sfumò presto, mentre pure l’altro favorito Roger Federer si perse per strada, sorpreso dal talento e dagli attacchi di Radek Stepanek. Dunque in finale ci arrivò lo svizzero di scorta, Stan Wawrinka, allora ancora battezzato Stanislas e solo all’inizio della sua scalata. Proprio da quella settimana romana, Wawrinka prese lo slancio: da numero 24 al mondo, salì fin dentro ai top 10, per la prima volta in carriera. Di lui affascinava il rovescio, una sberla tirata a una mano sola come piace ai puristi, al termine di un movimento ampio e rotondo, perfetto per la terra battuta. Di là dalla rete, però, c’era un tipo che non era in vena di regali. Djokovic aspettava quel match decisivo come una svolta, perché di Slam ne aveva già vinto uno, ma doveva dimostrare di poter rimanere in alto e di poter vincere ovunque. Persino su quella terra della quale Nadal pareva padrone senza discussioni. Lui del resto lo aveva già detto in tempi non sospetti, che sarebbe arrivato in vetta e che avrebbe pure potuto battere Rafa sul lento, ma sembrava una spacconata, più che un vero programma.

LA NASCITA DI UNA STELLA

La finale si divise in due. Un primo set con Wawrinka in versione turbo, un secondo e un terzo sotto il controllo del serbo. Nole aggiustò la risposta quel tanto che bastava per renderla efficace, e cominciò a utilizzare il campo come un computer, mettendo l’avversario fuori giri in una manciata di minuti. Quei rovesci da standing ovation che prima, all’alvetico, restavano tra le righe, d’improvviso non entravano più. E la poca abitudine a giocare finali di quel genere fece il resto. Dalla settimana nella Capitale, con la sua prima vittoria pesante su terra, Djokovic smise anche di essere quel ragazzo simpatico che ogni tanto faceva le imitazioni dei colleghi. Non era più tempo, era già un’altra pagina del libro della sua carriera: “Nessuno me lo ha chiesto, di smettere – disse lui – ma ho deciso io, perché penso di essere molto meglio come giocatore che come intrattenitore. Voglio pensare soltanto a giocare a tennis e a vincere. Sarà quello che farò per i prossimi 15 anni, più o meno”. A giudicare da quello che è successo dopo, è stato di parola.