blog
home / BLOG / Andrés Gomez, da Barcellona al sogno di Parigi

Andrés Gomez, da Barcellona al sogno di Parigi

Pubblicato il 22 aprile 2020

Nell’aprile di 30 anni fa a Barcellona cominciava la stagione magica di Andrés Gomez, l’ecuadoregno che di lì a poco avrebbe battuto Andre Agassi (e il suo parrucchino) nella finale del Roland Garros. Ecco la storia di un campione gentile, capace di issarsi al numero 4 del mondo.

Nell’aprile di 30 anni fa, Andrés Gomez dava il via alla stagione che cambiò per sempre la sua vita e quella del tennis ecuadoregno. L’Atp di Barcellona era già uno degli appuntamenti più prestigiosi sulla terra battuta europea, e Andrés lo aveva fatto suo pure dodici mesi prima, battendo in finale il compianto austriaco Horst Skoff. Quell’anno, tra lui e il bis c’era un argentino, Guillermo Perez Roldan, e il match fu molto più complicato del precedente: il detentore del titolo la sfangò al quinto, chiudendo per 6-2 dopo aver incassato un 6-0 nel quarto. La forza di Andrés è ben riassunta proprio in quei due set in altalena: una forza fatta di impegno e determinazione, anche nelle situazioni più dure, anche contro avversari che al suo tennis di classe opponevano un bombardamento da fondo campo o una regolarità portata all’estremo.

UN MANCINO COMPLETO

Lui, mancino alto ed elegante, non aveva un vero colpo da ko, ma a ogni scambio poteva inventare qualcosa pescando da un bagaglio tecnico completo come pochi. Poteva farti il punto direttamente col servizio, oppure con un serve&volley definitivo aiutato da una mano educata. O ancora con un diritto pesante, usato però con cautela e attenzione. Il rovescio coperto (rigorosamente a una mano) arrivava di tanto in tanto, a spezzare la ragnatela dei tagli da sotto. Quell’arma poco appariscente ma tremendamente redditizia che tra le donne, negli stessi anni, utilizzava pure Steffi Graf. Quello che poi sarebbe diventato il marito di Steffi, Andre Agassi, sperimentò cosa significava finire nella trappola di Gomez poche settimane dopo quel torneo di Barcellona. Il sudamericano, nel frattempo, aveva vinto pure a Madrid (superando in finale Marc Rosset) e aveva raggiunto la semifinale a Roma, sconfitto al tie-break decisivo da Thomas Muster.

IL PARRUCCHINO DI AGASSI

Lo stesso Muster si presentava come favorito, sempre in semi, ma al Roland Garros. Eppure finì per capitolare rapidamente: bastarono tre set a Gomez per raggiungere la partita più importante della sua carriera, da giocare contro un emergente che era l’esatto opposto di lui, tanto in termini caratteriali, quanto in termini puramente tecnici. Agassi, nella sua autobiografia ‘Open’, pubblicata molti anni più tardi, avrebbe scritto che durante quell’ultimo atto stava pregando: “Non tanto per la vittoria, quanto perché il parrucchino rimanesse attaccato alla testa”. Ma questo non deve togliere nulla ai meriti di un avversario che seppe impostare la partita perfetta, senza nessun riferimento concesso a un giocatore che aveva bisogno di ritmo per carburare, e che non aveva abbastanza esperienza per gestire l’intelligenza del rivale. Dopo quel torneo, l’allora trentenne Andrés sarebbe salito al numero 4 del ranking mondiale.

A CACCIA DI TALENTI

Oggi Gomez ha 60 anni ed è un distinto signore dai capelli brizzolati che il mondo del tennis non lo ha mai davvero abbandonato. “Io – dice con orgoglio – non mi sono ritirato sul serio. Certo, ho lasciato il circuito Atp, poi ho lasciato il Senior Tour, ma ora faccio l’organizzatore, il direttore (del torneo giovanile di Guayaquil, ndr) e seguo i giovani talenti. Spero di incontrare presto un nuovo campione, magari che provenga dal mio Ecuador. Quando arriverà, sarà una persona come le altre, con le sue virtù e i suoi sbagli. E dovrà mettersi l’obiettivo di imparare dagli errori. Il progetto della Confederazione Sudamericana di tennis, in cui sono coinvolto, punta a riunire i migliori giocatori latino-americani nella stessa città per tante settimane di fila, perché possano confrontarsi e migliorare. Solo così potremo colmare la distanza che esiste tra il Sudamerica e l’Europa o gli Stati Uniti”. Riguardo a quel Roland Garros e a quella finale, Andrés ha sempre tenuto fede alla sua eleganza inappuntabile, evitando di citare il suo avversario e le parole riportate in ‘Open’. “Vincere sette partite al meglio dei cinque set contro i migliori al mondo – si è limitato a dire – non può essere un colpo di fortuna. Mai”.