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Monte-Carlo 1997: apoteosi del genio Rios

Pubblicato il 15 aprile 2020

Nel 1997, l’edizione del centenario del torneo di Monte-Carlo fu quella della consacrazione del genio di Marcelo Rios. Tra Sindrome di Asperger, notti brave e dichiarazioni al veleno, ecco il ritratto di uno dei più grandi a non aver mai vinto uno Slam.

Quella settimana il genio decide di giocare per vincere. Ha soltanto 21 anni e già quattro titoli nel palmarès, ma nessuno che cambia la vita. Dal Principato, la svolta. A Monte-Carlo nel 1997 va in scena il torneo del centenario, e per l’occasione il Country Club si presenta nel suo massimo splendore. Ci sono persino gli americani, che di solito sulla terra europea preferiscono arrivarci il più tardi possibile. C’è il numero 1 del mondo Pete Sampras, c’è Jim Courier. E ci sono Kafelnikov e Muster: il meglio dell’epoca. Nessuno, però, in quell’aprile monegasco baciato dal sole, è all’altezza di Marcelo Rios. Nemmeno gli spagnoli, che anzi diventano il suo bersaglio preferito. Prima è Albert Costa a uscirne con le ossa rotte, poi tocca a Carlos Moya. Per inciso, due top 10. Infine, l’ultimo ad arrendersi è Alex Corretja, il quale annulla un match-point con un miracolo, ma poco dopo si inchina. ‘El Chino’ la fa facile, in una delle sue conferenze stampa svogliate, tipiche del personaggio: “Ho servito bene, ho risposto bene, tutto qui”. La verità è che in mezzo c’è un concentrato di geometrie irreali e di talento esplosivo, tanto quanto un carattere impossibile da gestire. Per gli avversari, per i coach, ma soprattuto per se stesso.

NUMERO 1 PER 6 SETTIMANE

È l’inizio del momento più florido della carriera del cileno, che anni più tardi sarebbe stato nominato miglior tennista sudamericano della storia da un sondaggio di Espn. Di certo, c’è che Marcelo è stato uno dei più grandi a non aver mai vinto uno Slam. Del resto i tornei di due settimane erano troppo impegnativi per la sua psiche, laddove invece sette giorni diventavano gestibili. “Forse la gente – parole di Corretja, l’avversario di quella finale monegasca – avrebbe voluto vedere risultati all’altezza di quel talento fuori dal comune. Ma la vita non si riduce ad avere talento. Bisogna lavorare per dimostrarlo giorno dopo giorno. Ecco perché Rios non era un genio incompreso, ma un genio e basta”. Sui campi di Roquebrune, nel 1997, Marcelo prende coscienza che può essere il migliore del mondo, se lo vuole per davvero. Prende coscienza che per uno come lui non ci sono superfici amiche o nemiche, e che il nemico ce l’ha solo dentro di sé. Comincia la settimana da numero 10 Atp, la finisce da numero 8, ma un anno più tardi sarebbe diventato numero 1. Per poco, un mese e mezzo in totale, ma pur sempre numero 1.

LA SINDROME DI ASPERGER

Oggi Rios, sposato per la terza volta nel 2009 e con sei figli da mantenere, esibisce evidenti tatuaggi su metà del proprio corpo e fa notizia per le sue sparate. Le ultime su Andre Agassi e sull’Atp. Va alla ricerca di nemici, un po’ come faceva in campo. Non a caso, il magazine Sports Illustrated lo definì ‘the most hated man in tennis’. Se nel rettangolo di gioco era un fenomeno ed era totalmente a suo agio, nella vita di ogni giorno era costantemente in affanno. Parlare coi media, con i fan o semplicemente provare a essere ‘sociale’ era una sorta di punizione. Per esempio a Roma, più che per i risultati, lo ricordano per essere finito in caserma dopo aver preso a cazzotti un carabiniere al termine di una notte senza regole. Persino lui, parlando alla tivù cilena, ha ammesso che all’epoca stava antipatico pure a se stesso. Col tempo il fisico è diventato quello di un pugile. Il carattere, al contrario, si è relativamente ammorbidito, al punto che lo si è visto persino presenziare ad alcuni party, dopo gli eventi del Senior Tour. Ma poi, in fondo, la natura non si può modificare per davvero. Soprattutto se alla base c’è pure un problema (reale) di salute. “Quando ero piccolo – ha spiegato Rios – mi diagnosticarono la Sindrome di Asperger, ma nessuno in famiglia diede peso alla cosa. Ultimamente ci ho ripensato, mi ritrovo tuttora in quei problemi che la caratterizzano. Ma sono così, devo accettarlo. In fondo ne soffrono tanti artisti, sono in buona compagnia”.