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Mark Philippoussis, miseria e nobiltà

Pubblicato il 20 marzo 2020

Il torneo di Indian Wells, che si sarebbe dovuto concludere in questi giorni, nel 1999 vide il successo più importante nella carriera di ‘Scud’, al secolo Mark Philippoussis. Un bel ragazzo con origini italiane (da parte di madre), che nella storia del tennis ci sarebbe entrato per interposta persona quattro anni più tardi, grazie a… Roger Federer.

Lo chiamavano ‘Scud’, infelice accostamento con un’arma di guerra. Lo chiamavano così perché Mark Philippoussis, dai suoi quasi due metri per cento chili, scagliava palline a velocità che non permettevano nemmeno di vedere quella sfera gialla in arrivo. Spesso sopra i 200 orari, con un record certificato di 229. Per non parlare poi di diritto e rovescio: per lui, nessun colpo era interlocutorio, tutto ciò che transitava dalle sue parti era buono per essere rimandato al mittente con una violenza inaudita, non sempre pari al controllo. Bello come un modello di professione (mestiere che peraltro, saltuariamente, ha provato a fare), dannato come i talenti più puri, ‘Scud’ ha vissuto una vita di trionfi e cadute, con un picco assoluto che risale a ventuno anni fa. È il mese di marzo del 1999 quando l’australiano di padre greco e mamma italiana diventa il campione di Indian Wells. Batte in finale, in cinque set, Carlos Moya, che il giorno successivo sarebbe approdato per la prima volta al numero 1 del mondo. Eppure quel trionfo non è una sorpresa: tutti, nel Tour, sanno che Mark è una minaccia, potenzialmente in ogni torneo e in ogni condizione di gioco.

GLI INFORTUNI E LA TESTA

Ma allora perché un personaggio del genere, baciato dagli dei del tennis e da madre natura, non è mai entrato davvero nella storia del suo sport? Perché si è dovuto accontentare (si fa per dire) del numero 8 Atp come best ranking, di due finali Slam e di undici tornei vinti? La prima motivazione che giova ricordare è un fisico imponente ma di cristallo, con un ginocchio che lo ha fatto dannare a lungo, fino a costringerlo al ritiro. La seconda coinvolge l’aspetto mentale, quando ancora i mental coach non erano così popolari: un tennis come il suo, fatto di rischi costanti e nessun respiro, aveva bisogno di essere sempre al top. Un calo, anche poco evidente, faceva sì che l’avversario potesse vedere una luce e infilarsi nel sistema fino a provocarne la rottura. Gli ace diventavano doppi falli, i vincenti si trasformavano in gratuiti a ripetizione. E ‘Scud’ era costretto a rifugiarsi nel suo mondo dorato delle star per smaltire delusioni imprevedibili.

INDIAN WELLS DA NUMERO 1

Capitava spesso, ma non capitò in quei dieci giorni di marzo dell’ultimo anno del secondo Millennio. Il numero 1 del torneo di Indian Wells, edizione numero 22, è Pete Sampras, il numero 2 si chiama Evgeny Kafelnikov: due leggende, che però in quel momento non danno il meglio e lasciano subito la scena. Philippoussis, invece, comincia con qualcosa che ben potrebbe essere il suo marchio di fabbrica: un paio di tie-break per annientare la resistenza di Bohdan Ulihrach, ceco tanto sgraziato (diciamo pure brutto) quanto efficace. I rischi non mancano mai, per ‘Scud’, e del resto la sua è una vita appesa a un filo, costantemente sospesa tra successo e disfatta. Rischia di perdere contro Alex Corretja, rischia contro Todd Martin, ma vince sempre lui. E in mezzo si prende lo scalpo di uno che per certi versi gli somiglia parecchio: Marat Safin. Woodruff in semifinale è una formalità, Moya nell’ultimo atto è – in quel preciso momento – l’avversario ideale. Perché gli dà ritmo ma non lo sfonda, e perché permette al bello e dannato di Melbourne di mostrare al mondo ciò che in fondo, in cuor suo, aveva sempre sognato: vivere almeno una partita da numero 1 del mondo.

LA PRIMA DI ROGER

Numero 1 vero, Mark, non lo sarebbe mai stato e non ci sarebbe mai nemmeno andato vicino. Troppo in altalena per avvicinare i migliori, troppo fragile per stare sul pezzo un anno intero cambiando superficie, avversari e condizioni atletiche o mentali. Eppure, nella storia del tennis, Philippoussis ci sarebbe entrato ancora di traverso, per interposta persona, quattro anni più tardi. Siamo nel 2003, il palcoscenico è quello di Wimbledon e l’aussie tiene a battesimo la nascita del mito: Roger Federer vince il suo primo Slam, annientando la macchina sparapalle che si trova di fronte con gesti che rivoluzionano fin da allora quel mondo apparentemente diretto verso il dominio dei bombardieri. ‘Scud’ avrebbe giocato ancora fino al 2006, prima di salutare e di tornare per due comparsate nel 2010 e nel 2015. Qualcosa di meglio lo avrebbe combinato nel Tour dei vecchietti, ma più che la passione, per portarlo al nuovo impegno, poté il digiuno: fra le sue troppe cadute, è quella economica che fa parecchio rumore. Le ville di lusso, le auto sportive e la vita da copertina spariscono di colpo. Resta il tennis, con i suoi ricordi e una sensazione da campione incompiuto che lo accompagnerà per sempre.