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Squadra speciale

Pubblicato il 13 gennaio 2020

Terminata la Atp Cup, è possibile stilare un bilancio di questi due mesi di tennis a squadre, dalla Davis di Madrid a Sydney. Tra similitudini e differenze, la certezza è che sarebbe auspicabile trovare una strada comune.

Siamo pronti per tuffarci nuovamente nel tennis di sempre, quello che conosciamo meglio e che ci dà sicurezza. L’Australian Open di Melbourne è alle porte con i suoi cinque set, con i protagonisti pronti alle maratone sotto il sole, con le regole di sempre appena scalfite da un inizio di cambiamento talmente lento e cauto (il tie-break decisivo ai dieci punti introdotto dodici mesi fa) da passare quasi inosservato. Veniamo però da un paio di mesi di rivoluzione, durante i quali il tennis è sembrato molto diverso da come era stato fino al novembre del 2019. Prima le Finals di Davis a Madrid, poi l’Atp Cup in Australia, hanno dato uno scossone forse definitivo al concetto stesso di torneo a squadre.

LE NOTE POSITIVE

La vittoria della Serbia di Novak Djokovic sulla Spagna di Rafa Nadal nell’ultimo atto di Sydney ha visto di fronte il numero 1 e il numero 2 del mondo per il loro testa a testa numero 55. Un evento che, se guardiamo alle finali di Davis, non accadeva da un’eternità. Nel 2011 sempre lui, Nadal, trovò un altro top player come Juan Martin Del Potro nell’Argentina finalista, quel duello che invece era mancato nel 2008. Nel 2004 ancora Rafa affrontò Andy Roddick, ma non si possono comunque paragonare le sfide di allora con quella che abbiamo visto a Sydney nello scorso weekend. Dunque sì, considerato che pure a Madrid i migliori avevano giocato e avevano lottato per il titolo, questi due mesi così anomali hanno rivelato un dato molto chiaro: visto l’atteggiamento dei migliori al mondo, se c’è un modo per consentire agli eventi per Nazionali di avere un futuro, questo passa attraverso una formula simile a quella sperimentata tra Madrid e l’Australia.

LE NOTE NEGATIVE

D’altro canto non si possono non citare le tante perplessità emerse. Tenuto conto del nome in questione, basterebbe forse la rinuncia di Roger Federer e della sua Svizzera nell’Atp Cup, affiancata dalla forte contrarietà del basilese verso la nuova Davis, a mettere tutto in discussione. In più c’è un format, quello dei due singolari e un doppio per ogni sfida, che favorisce in maniera troppo evidente chi può schierare il campione capace di vincere quasi da solo. Non a caso Nadal e Djokovic sono stati i trascinatori dei rispettivi team, non a caso la Serbia ha vinto il doppio quando la Spagna non ha potuto schierare Rafa. Infine, ma non meno importante, la questione pubblico. La vecchia Davis era un evento, che viveva come tale a prescindere dai giocatori in campo. Anzi, a volte era proprio il fatto di dover puntare su personaggi meno conosciuti e meno affidabili a consegnarle un fascino del tutto particolare. Oggi la sensazione è che la gente e la stampa abbiano dato un’occhiata un po’ distratta a questi tornei come a due (piacevoli) esibizioni. Non è mancato lo spettacolo, è mancato il pathos.

LE DIFFERENZE E IL FUTURO

A voler approfondire l’analisi, se parliamo di emozioni (tanto tra i giocatori quanto tra i fans) la Davis ha vinto la sfida. Se parliamo di partecipazione, di spettacolo e di qualità del gioco, la bilancia pende a favore dell’Atp Cup, che peraltro ha avuto il vantaggio non indifferente di assegnare punti per il ranking. Sulle differenze – non moltissime per la verità – tra i due eventi, potrebbe cominciare un discorso che sarebbe più un esercizio di stile. Così è il caso di concentrarsi sul futuro. Il calendario del tennis mondiale difficilmente può sostenere entrambe le manifestazioni. Bisognerà cominciare a parlarsi, bisognerà capire come trovare una quadra per far sì che questa esperienza a cavallo tra 2019 e 2020 diventi un punto di partenza per costruire una terza strada, più logica e più utile a tutto il movimento.

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