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La strana coppia

Pubblicato il 19 dicembre 2019

Apparentemente, sono uno l’opposto dell’altro: Fognini tutto istinto e creatività, Barazzutti tutto regole e lavoro. Ma il nuovo team ha tutte le carte in regola per funzionare. Cosa ci dobbiamo aspettare dal 2020 del talento ligure?

A volte non c’è bisogno di essere simili per andare d’accordo. Anzi, a volte accade l’opposto, accade che per qualche strano motivo si attragga ciò che è profondamente diverso da noi. Qualcosa del genere deve essere accaduto a Fabio Fognini e Corrado Barazzutti. Uno talento folle, umorale e creativo; l’altro tutto lavoro, regole e sacrificio, in panchina come era in campo. Eppure la collaborazione funziona eccome, tanto che dopo un periodo di lavoro part-time, dal 2020 il ligure e il friulano faranno coppia fissa full time durante tutta la stagione. Archiviato il rapporto con Franco Davin, adesso il coach del numero 12 del mondo è solo e soltanto ‘Barazza’, lo stesso che ha saputo domarlo spesso e volentieri nelle partite di Davis. Competizione nella quale di frequente, in passato, Fabio ha dato il meglio di sé.

DALLA SCHIAVONE A FOGNINI

C’era Barazzutti in panchina a Monte-Carlo, quando Fognini alzava al cielo la coppa del torneo del Principato, il più importante vinto in carriera. Come c’era Barazzutti al fianco di Francesca Schiavone quando la milanese trionfava al Roland Garros nel 2010. Non è mai stato un mistero, del resto, che Corrado preferisca lavorare costantemente con un giocatore per un periodo prolungato, piuttosto che fare il capitano della Nazionale per pochi giorni all’anno. Era così anni fa, è così pure oggi, e la sfida a fianco di Fognini è quanto mai stimolante, malgrado i 32 anni del talento di Arma di Taggia non permettano di pensare a un orizzonte temporale troppo ampio. Quando il ct si sedette all’angolo della Schiavone, la convinse a cercare quei traguardi ambiziosi che lei stava inseguendo attraverso un lavoro tecnico e tattico meticoloso. Lo stesso dovrà fare con Fognini: superare le incertezze dovute al carattere fumantino attraverso delle certezze da costruire su un piano preciso da mettere in pratica in campo.

OBIETTIVO SLAM

Essere coach di un professionista Atp di alto livello, d’altra parte, comporta anche una certa abitudine a vestire i panni dello psicologo. E sotto questo aspetto, Barazzutti sa incassare come pochi, alternando parole e silenzi con la sensibilità adatta alla situazione. Tutti coloro che sono passati da lui hanno saputo apprezzarlo per questo, che fosse per i pochi giorni della Davis o per un periodo più lungo. E c’è da sperare che anche Fognini possa fare altrettanto, sfruttando a dovere questa partnership per compiere l’ulteriore passo che ancora gli manca in una carriera già da ricordare. Un passo che, evidentemente, si chiama Slam. Non tanto per vincerne uno, che al momento appare un’impresa troppo grande da mettere come obiettivo, quanto per essere protagonista. Dalla sua prima apparizione, era il Roland Garros del 2007, Fabio ha giocato complessivamente 47 Major (33 consecutivi), ma solo in un caso ha raggiunto i quarti di finale, a Parigi nel 2011. Troppo poco per uno che è entrato tra i top 10, ha vinto un 1000 e ha spesso messo paura ai migliori.

IL RUOLO DI FLAVIA

Difficile, invece, che cambi molto sotto l’aspetto tecnico. Anche perché il ligure è tra i giocatori che meglio si destreggiano in ogni zona del campo. Un talento per ogni stagione e per ogni superficie, che teoricamente non deve mettersi alcun limite. Il fatto che la famiglia stia per crescere (Federico avrà presto una sorellina) potrebbe rappresentare una non solo legittima ma pure necessaria distrazione. Anche se, in fondo, Fognini ha già dimostrato di poter dare il massimo poco tempo dopo aver vestito i panni del papà. Una presenza fondamentale in tutto questo sarà ovviamente Flavia Pennetta, che di Fabio è la moglie ma è pure consulente per ciò che accade sul campo, vista l’esperienza accumulata in tanti anni al top. E chissà che proprio dalla spinta della famiglia non arrivino quelle motivazioni necessarie a spingere un po’ più in alto l’asticella dei (presunti) limiti e delle ambizioni.