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Berrettini, la pazienza che serve

Pubblicato il 12 novembre 2019

La lezione di Roger, stavolta, non arriva dal campo bensì dalle parole. “Per tutta la carriera – dice Mister 20 Slam – gli avversari hanno giocato sulle mie debolezze, ma arriva un momento in cui l’esperienza ti insegna come fare, come prendere forza da ciò che ti rendeva debole. Oggi sono certamente un giocatore migliore di quello che si presentò alle Finals la prima volta”. Matteo Berrettini saprà far tesoro di questi spunti, come delle due sconfitte con cui ha cominciato il torneo con i migliori 8 tennisti al mondo. Il romano è – comunque vada – uno di loro. E fa bene a ricordare a chi ha la memoria un po’ corta che il suo primo punto Atp arrivò giusto giusto una settimana prima di compiere i 19 anni. A quell’età, Rafael Nadal sollevava al cielo il suo primo trofeo del Roland Garros, Novak Djokovic e Roger Federer erano tra i top 50. Ora i tre fenomeni sono ancora lì, ma insieme a loro c’è pure un ragazzo che nel giro di nemmeno un lustro è passato dal non avere classifica a entrare nell’Olimpo.

PROGRESSI E LEZIONI

Basterebbe questo per fugare ogni dubbio, per togliere ogni possibile scoria di delusione dopo aver ceduto a Novak Djokovic all’esordio e al basilese nel secondo incontro. Una partita, quella con Federer, nella quale comunque Berrettini ha fatto la sua parte: ha annullato un set-point nel primo set per poi cederlo al tie-break, ha lottato con quello che aveva nel secondo di fronte al mito che stava di là dalla rete. “Ho fatto progressi – ha detto l’elvetico – rispetto alla sconfitta con Thiem, dalla quale pure avevo tenuto qualche nota meno negativa. Nel giorno di pausa ho ricaricato le batterie, ho staccato e ha funzionato. Sapevo che contro Matteo avrei dovuto fare attenzione: col servizio che ha può fare male in ogni momento. Spero di giocare ancora meglio il prossimo match, poi vedremo dove sarò in classifica. Certo è strano tornare in campo dopo aver perso, ma in fondo non è la prima volta che mi capita”.

LONDRA È GIÀ UNA VITTORIA

Prendere qualcosa di buono, di utile, anche laddove gli altri vedono solo una sconfitta, magari con un punteggio severo, è un altro insegnamento che può tornare utile. L’azzurro è approdato a Londra al termine di una stagione lunga e faticosa, durante la quale praticamente ogni mese ha ritoccato le sue ambizioni e il suo ranking. La vittoria è essere presente, mentre c’è gente di qualità straordinaria che non è riuscita nell’impresa. La pazienza che Matteo ha già dimostrato di avere servirà anche adesso, al termine di questo evento. Servirà perché lui, l’allievo di Vincenzo Santopadre, non ha mai nascosto di essere un tipo esigente, in modo particolare con se stesso. Non ha mai nascosto di perdonarsi poco, di pretendere il massimo. Ebbene, adesso deve calarsi nella parte non di un giudice, ma di un amico che ascolta. Che magari si dà pure una pacca sulla spalla per dirsi che, tutto sommato, va benissimo pure così. Va bene – alle volte – perdere con attenzione, perdere con la coscienza sveglia per portarsi tutto a casa e riavvolgere il nastro. In attesa di avere un’altra occasione. In attesa che tutto quanto, cinque anni fa e magari ancora oggi, gli altri vedono come una debolezza, si trasformi presto in un pilastro su cui costruire la carriera.